Sanità: Problematiche e
soluzioni
La
Sanità risulta al primo posto nella lista di preoccupazioni degli italiani.
Quasi il 70 % dei cittadini interpellati si sono espressi
negativamente verso la politica sanitaria seguita fino ad oggi. Cioè 2
italiani su 3 non si sentono sufficientemente garantiti nella tutela di un
bene primario quale la salute.
Questo
ci conferma che tutti i cittadini attribuiscono alla tutela della salute una
grande importanza e
ci induce a porre la sanità al primo posto nelle garanzie sociali
inalienabili. Pertanto la nostra società dovrebbe destinare a
questo settore il massimo di attenzione e i decisori politici dovrebbero realizzare un modello di protezione
sanitaria in grado di assicurare adeguate risorse finanziarie ed esaustività
dei servizi.
Purtroppo
questa speranza, da tutti condivisa, si scontra con aspetti peculiari del
settore che rendono difficile ottenere un risultato ottimale. Infatti la
spesa sanitaria tende ad avere un incremento superiore a molti altri
comparti del bilancio dello Stato in quanto è caratterizzata da un aumento
considerevole della domanda determinato, ad esempio, da crescenti
aspettative, dalla maggiore longevità, dall’introduzione di nuove
tecniche sempre più costose e da un basso incremento di produttività
legato ad un largo impiego di capitale umano. Queste caratteristiche hanno
come diretta conseguenza che, per mantenere un medesimo livello di
soddisfazione dell’utente, ogni anno è necessario stanziare per la Sanità
un finanziamento equivalente a
una maggiore percentuale di PIL rispetto all’anno precedente (cioè il
finanziamento per la Sanità deve crescere di anno in anno almeno un punto
percentuale in più rispetto all’aumento del PIL). In Italia, più che in
altri Paesi europei, le difficoltà descritte hanno suggerito approcci
governativi tendenti ad affrontare i temi sanitari in chiave prettamente
economicistica.
Di
fatto, nonostante i vari proclami populistici e le inutili dichiarazioni di
principio sull’universalità del sistema,
abbiamo assistito, negli ultimi anni,
ad una politica sanitaria sostanzialmente basata sui tagli alla spesa,
sull’imposizione di tickets e sul trasferimento a carico dei privati di
circa il 40 % della spesa sanitaria complessiva.
I
problemi più rilevanti
dell’attuale sistema possono essere riassunti nei seguenti punti:
·
progressiva riduzione delle prestazioni gratuite
·
lunghe liste di attesa
·
aumento della spesa sanitaria privata
·
eccessiva burocratizzazione
·
limitazione nella libertà di scelta degli erogatori da parte dei
cittadini
·
inadeguatezza dei servizi territoriali e mancanza di coordinamento
fra ospedale e territorio
·
riduzione dei presidi ospedalieri e accorpamento dei servizi
ospedalieri (scelte dettate più da logiche politico-clientelari piuttosto
che da una oculato intervento di razionalizzazione)
·
carenza di strutture di assistenza a malati cronici e tumorali
·
inadeguatezza del sistema emergenza-urgenza.
Le
cause che hanno peggiorato nel tempo la situazione sanitaria sono
individuabili nelle seguenti:
·
pianificazione centralistica
·
assenza di vera concorrenza sia per quanto riguarda gli erogatori dei
servizi sanitari sia per quanto riguarda gli acquirenti degli stessi (in
questo secondo caso costituiti attualmente solo dal sistema sanitario
pubblico, cioè da ASL, Regioni e Stato)
·
insufficienza dei finanziamenti del FSN (circa 5,5%PIL)
·
scarsità di investimenti in conto capitale
·
gestione partitocratica-clientelare dei finanziamenti
·
eccessiva monetizzazione della sanità
·
svilimento delle professioni sanitarie
·
deresponsabilizzazione diffusa
·
controlli di qualità insufficienti
·
scarsa educazione alla salute e alla prevenzione.
Questo
avvilente quadro intimorisce il cittadino che si sente sempre più in balia
di un apparato eccessivamente burocratizzato, spesso poco aiutato dagli
operatori nel valutare le sue reali condizioni e le possibilità
terapeutiche o riabilitative, limitato, per quanto riguarda la libertà di
scelta sia dell’operatore che del trattamento, da normative e procedure
che solo formalmente garantiscono questa libertà ma nel concreto non la
consentono. A tutto ciò si aggiunge il già citato razionamento (cioè la
riduzione) delle prestazioni erogate a carico del Sistema Sanitario
Nazionale e il conseguente spostamento
della spesa direttamente a carico del privato cittadino.
Le
cause di questa situazione sono molteplici.
La politica dell’ex
Ministro Bindi
è stata un coacervo inestricabile di interventi inutili con un solo filo
conduttore: la
pianificazione centralista.
In spregio al dettato costituzionale, che assegna alle Regioni la titolarità
della gestione della Sanità, l’onorevole Bindi ha perseverato nella
convinzione che la decisione normativo/amministrativa statale potesse, di
per sé, ingenerare meccanismi virtuosi in grado di migliorare il
funzionamento del settore. Nonostante
i ripetuti fallimenti della sua politica, testimoniati anche dai ricorrenti
sfondamenti dei tetti di spesa prefissati, l’ex ministro Bindi non si è
resa conto che è il sistema stesso da Lei configurato a determinare di
fatto una assenza di vera concorrenza che costituirebbe l’antidoto
naturale all’inefficienza del sistema.
Il sistema è infatti oggi caratterizzato
da un monopsonio del settore pubblico (cioè un sistema in cui
l’unico acquirente è il settore pubblico) e da un larvato monopolio
pubblico ( in quanto i soggetti non pubblici possono concorrere
all’erogazione di servizi sanitari solo entro un volume di attività
prestabilito dalle Regioni che a questo tipo di regolamentazione sono
vincolate dalla legge statale).
Un
altro aspetto negativo è costituito dalla persistente
e pervadente impronta partitocratica presente nella Sanità.
La reale coincidenza (al di là della distinzione formale che ci viene
descritta dal regime) fra erogatori, acquirenti e controllori determina una
complicità fra i vari decisori e l’impossibilità di applicazione di
criteri meritocratici nella selezione della classe dirigente che appartiene
sempre meno alla classe medica, al contrario di quanto sarebbe logico.
Aggiungiamo
lo
svilimento di tutte le professioni sanitarie
sempre più ridotte a mere esecutrici di direttive centralistiche, ad
impronta economicistica. Direttive che non si limitano ad imporre il
razionamento o la razionalizzazione degli interventi, ma obbligano
addirittura al rispetto dei percorsi diagnostici e terapeutici,
dimenticandosi che il burocrate romano non potrà mai sostituirsi e
conoscere meglio del medico curante le reali necessità del cittadino. In
realtà il paziente non è
riducibile a puro dato statistico ma è portatore di peculiarità fisiche e
psicologiche che devono essere attentamente valutate.
La
mancanza
di stimoli a migliorare la professionalità
deriva sostanzialmente da un
perdurante iperprotezionismo sindacale, che ha condotto al livellamento
retributivo ed in molti casi al disimpegno e alla irresponsabilità.
La
monetizzazione
della Sanità,
cioè il contenimento dei costi imposto con atti di imperio dall’ex
Ministro Bindi, ancorché dimostratasi fallimentare, costituisce un’altra
causa della sfiducia crescente nei cittadini e del malfunzionamento del
sistema. La riduzione di spese per beni e servizi, la disattivazione dei
posto letto ospedalieri senza aver approntato adeguati servizi territoriali
hanno portato, ad esempio, ad un aumento della morbilità (cioè delle
malattie) e alla ripetizione di esami legata all’obsolescenza delle
apparecchiature. L’aumento dei tickets relativo ad alcune prestazioni ha
avuto come risultato un effetto di sostituzione spostando le richieste dei
pazienti su altre tipologie di servizi (ad esempio i tickets su prestazioni
ambulatoriali hanno fatto incrementare il ricorso all’Ospedale ed al
Pronto Soccorso) vanificando in sostanza i risparmi di spesa attesi.
Molto
simile è stato il risultato della riclassificazione dei farmaci (cioè
dello spostamento da fasce a carico del Sistema Sanitario Nazionale a fasce
parzialmente o totalmente a carico dei cittadini); queste disposizioni,
quando non aggirate dall’abuso di prescrizioni a carico degli esenti
tickets, hanno portato all’aumento e all’aggravamento delle patologie
nonché all’incremento della spesa sanitaria privata.
La
riforma/ter,
dell’ex ministro Bindi, riesce addirittura a configurare un futuro per la
Sanità ancora più centralistico e pianificato. Riduce ulteriormente
l’autonomia regionale negando ogni ipotesi di concorrenza fra modelli
istituzionali differenziati. Non introduce forme di reale competizione fra
erogatori e fra acquirenti imponendo, al contrario, alle Regioni un rigido
modello di accreditamento e di accordo contrattuale con gli erogatori.
Inoltre, riproduce un modello di funzionamento ad impronta partitocratico/clientelare
e comporta un’impennata dei costi amministrativi legati al controllo della
qualità delle prestazioni e dei servizi resi dagli erogatori. L’attività
di controllo esercitata dalle istituzioni pubbliche è destinata al
fallimento in quanto inserita in un contesto monopolistico. E’ chiaro,
infatti, che la coincidenza sostanziale controllore-controllato non potrà
dare i risultati attesi. Inoltre l’ingente impiego di risorse destinate ai
controlli avrà ripercussioni negative sul comparto più specificatamente
sanitario, che si vedrà di fatto ridotti i finanziamenti. La
riforma/ter introduce la “mutualità integrativa del Sistema Sanitario
Nazionale” che rappresenta un modo elegante per ribadire al cittadino che
si dovrà pagare di tasca propria tutto ciò che lo Stato gli sta
gradualmente e inesorabilmente sottraendo in termini di servizi sanitari
gratuiti.
La perfidia si spinge, in questo caso, a prevedere la deducibilità dal
reddito differenziata a seconda che il paziente si rivolga, badate bene
pagando di tasca propria, ad una mutua del SSN o esterna allo stesso,
aprendo uno scenario di illiberalità finora sconosciuto.
Nel
Piano Sanitario Nazionale, che è una lunga, rituale elencazione di intenti,
si continuano a nominare i fatidici “livelli essenziali”. Questi
dovrebbero costituire i livelli minimi garantiti dal Sistema Sanitario
Nazionale ai cittadini ma non è comprensibile, nemmeno agli esperti di
settore, qual è la loro delimitazione verso il basso, che
dovrebbe
essere invalicabile, a garanzia
del diritto costituzionale alla salute. Si
ripetono all’infinito le espressioni “livelli appropriati, efficaci,
uniformi” senza che, in Italia, esista uno studio epidemiologico serio
sull’incidenza delle varie patologie e sapendo bene che questi termini,
spesso abusati nella letteratura economicistico-sanitaria, hanno un valore
relativo poiché è molto difficile predire “ex-ante” con esattezza la
reale efficacia di un determinato trattamento sul singolo paziente. La verità
è che, incapaci di trovare un barlume di soluzione ai tanti problemi
sanitari sul tappeto, ci si nasconde dietro una nuvola di fumo fatta di
vuote formule.
Le
nuove modalità di finanziamento della Sanità, introdotte dalla legge sul
cosiddetto “federalismo fiscale”, confermano un’impostazione
centralistica che nega qualsiasi autonomia alle Regioni.
E’ sempre lo Stato titolare del potere impositivo fiscale. Le
compartecipazioni all’IVA e all’accisa sulla benzina vengono fissate in
modo uniforme su tutto il territorio nazionale indipendentemente dalle
diverse esigenze delle singole Regioni. Il fondo perequativo sanitario
nazionale viene gestito dallo Stato prevedendo parametri di ripartizione che
penalizzano le regioni virtuose e premiano quelle inefficienti. Si tratta
pertanto di un’operazione unicamente di facciata, nella quale manca qualsiasi traccia di vero federalismo.
L’attuale
Ministro della sanità Veronesi, subentrato all’ex Ministro Bindi per pura
operazione di immagine, non ha introdotto alcun correttivo sostanziale alla
politica di Governo tracciata dal suo predecessore limitandosi a lanciare
annunci di nessuna traduzione concreta in termini di miglioramento della
qualità dei servizi per i pazienti.
Il
quadro generale desolante ci induce in questo momento ad essere estremamente
determinati.
La
LEGA
NORD PADANIA,
lungi dal voler sostenere posizioni demagogiche e conscia delle difficoltà
da risolvere, vuole ribadire la priorità e l’ineludibilità delle
garanzie che uno Stato di diritto ad impronta liberal-democratica, quale è
quello che vuole realizzare, deve assumere costituzionalmente e realizzare
concretamente nel settore della tutela della salute. Rifiuta
pertanto la logica economicistica e sostiene i principi della dignità
umana, del bisogno e della solidarietà.
Siamo
perfettamente consapevoli che, per raggiungere lo scopo che ci prefiggiamo,
sono indispensabili alcuni passaggi epocali. Innanzitutto è fondamentale
che le scelte di politica sanitaria siano comprese e condivise dai
cittadini. Devono essere scelte esplicite, non sottaciute o nascoste
come è avvenuto finora; devono esserne spiegate le motivazioni e le
caratteristiche affinché possano essere comprese ed eventualmente
migliorate con il contributo consapevole e partecipe degli utenti.
In
secondo luogo la politica sanitaria deve coprire tutte le esigenze reali
e il razionamento deve riguardare unicamente servizi e prestazioni che la
stessa collettività non ritiene essenziali. Il tipo e l’estensione
della copertura sanitaria (che deve in ogni caso prevedere il rispetto dei
livelli minimi inderogabili fissati a livello nazionale) devono essere
usufruibili allo stesso modo da parte di tutti i cittadini che
parteciperanno in modo differenziato, secondo le proprie disponibilità,
alle necessità finanziarie; deve
essere cioè un modello universalistico vero.
Ricchi
e poveri usufruiranno pertanto allo stesso modo della medesima copertura
sanitaria, indipendentemente dalla loro contribuzione fiscale.
Per
poter ottenere questo risultato è chiaro che sarà indispensabile
intervenire in tutti i settori ove, oggi più che in passato, abbondano gli
sprechi. Le malattie più costose
che non si riescono a debellare sono, infatti, quelle dello Stato italiano,
cioè
l’elefantiasi burocratica, il clientelismo lobbistico,
partitocratico e mafioso; è l’assistenzialismo sia quello
diretto nei confronti dei singoli cittadini per carpirne il consenso
elettorale, sia quello indirizzato verso le aziende statali o private che
non sono in grado di reggersi sul mercato. Tutte queste risorse sono
sottratte alle molte energie ancora sane della nostra società. Solo
sgravando il mondo produttivo non assistito del pesante fardello fiscale e
contributivo saremo in grado garantire un aumento del PIL e conseguentemente
risorse sufficienti per la Sanità.
Ma
ancora più determinanti saranno una radicale riforma federale dello Stato e
una
riforma in senso liberale, attuata mediante l’introduzione di meccanismi
competitivi nel “quasi mercato” assai peculiare della Sanità.
Abbiamo
individuato tre argomenti cardine del
nostro progetto di riforma :
·
la devoluzione sanitaria secondo il principio di sussidiarietà
·
la competizione in sanità
·
il federalismo fiscale.
Le
tre tesi in oggetto sono in fase avanzata di elaborazione, ma aperte al
contributo dell’assemblea. Per ovvie ragioni di opportunità politica
verranno illustrate verbalmente nelle linee generali per stimolare un
ulteriore ed ampliato dibattito, all’interno del movimento , su alcuni
punti caratterizzanti ed estremamente innovativi.
On.
Alessandro Cè
Responsabile
Salute
Segreteria Politica Federale
Ha
collaborato:
d.ssa Novella Luciani
Resp.Settore sanità – Affari sociali
Uff. Leg.vo Lega Nord - Roma
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