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Alcune idee programmatiche per la riforma della giustizia

  

E’ noto come la giustizia sia uno dei settori fondamentali in ogni comunità libera e democratica. La civiltà di un Paese si misura, infatti, con la civiltà delle sue leggi e della sua giustizia. In Italia tale settore è in grave crisi tanto che alcune indagini statistiche hanno dimostrato che i cittadini pongono il ripristino della legalità e conseguentemente dell’ordine pubblico tra le primarie emergenze, prima ancora dell’occupazione, della sanità e della previdenza.

E’ del resto noto come, in Italia, sussista il fenomeno della intollerabile lunghezza dei processi in quanto la durata media di una causa civile è di circa 10 anni, quella di un processo penale è di poco inferiore.

Una decisione emanata dopo tanto tempo non è né giusta né ingiusta, ma una vera e propria beffa.

Gli organi di informazione enfatizzano più l’anomalia della giustizia penale perché essa incide sui valori primari quali la libertà e l’onore.

Infatti, è del tutto intollerabile che il cittadino venga indagato e magari incarcerato oggi per vedersi proclamare innocente a distanza di dieci anni.

Tuttavia, anche i ritardi della giustizia civile stanno provocando danni incalcolabili , non solo per le parti in causa, ma per la stessa credibilità internazionale dell’Italia, già condannata dalla Corte di Strasburgo.

Il sempre più massiccio ricorso all’opera di arbitri, cioè alla giustizia dei privati, simboleggia la sfiducia del cittadino verso la magistratura ordinaria.

Per quello che concerne poi la giustizia ordinaria, un’ulteriore emergenza è rappresentata dal paradosso che nel nostro Paese tanto è facile essere ristretti in carcere prima del processo, quando si è presunti innocenti, tanto lo è uscirne dopo la condanna, da colpevoli conclamati.

Questo avviene perché la carcerazione preventiva è interpretata come una specie di anticipazione della pena, mentre l’esecuzione della condanna, intervenendo peraltro molti anni dopo la commissione del reato, è spesso vanificata da amnistie e da condoni, da sospensioni  condizionali e da benefici carcerari di vario genere. Il legislatore ha così dimenticato il principio elementare secondo cui il delinquente non è tanto intimidito da una sanzione grave, futura ed incerta, quanto da quella equa, sicura ed immediata.

La crescente impotenza dello Stato verso la cosi detta “microcriminalità” e la lunga parentesi di Tangentopoli hanno fatto dimenticare il dato empirico che la sicurezza collettiva è minata più gravemente da milioni di reati impuniti che non da un numero ridotto di delitti “capitali”. Lo Stato ha praticamente abdicato al suo compito nei riguardi di due fenomeni strettamente connessi ai delitti quotidiani, quali i furti, le piccole rapine ed ha abbassato la guardia nei confronti del commercio dei stupefacenti e dell’immigrazione clandestina.

Ad ogni operatore del diritto come, del resto, ad ogni cittadino è noto il fatto che il consumatore di eroina necessiti sempre di ingenti somme per soddisfare i propri bisogni e l’unico mezzo per procurarsele gli venga  offerto dai reati contro il patrimonio.

Analogamente l’immigrato clandestino entra in Italia già indebitato con le organizzazioni criminali e quindi è costretto a restituire ad essi cifre cospicue in tempi brevi.

Anche in questo caso, l’unico mezzo per procurarsi il danaro è quello dei furti, delle rapine, della prostituzione e dello spaccio di droga.

Fino a quando lo Stato non avrà affrontato questi problemi in termini strategici, non vi sarà possibile soluzione.

La disordinata e irrazionale proliferazione legislativa, inoltre, rende il diritto incerto, oscuro e contraddittorio e vanifica lo sforzo di una sua concreta e severa applicazione.

Vigono nel nostro Paese circa 200.000 leggi che, spesso, contrastano fra di loro per mancanza di coordinazione e sono il frutto di un vero e proprio delirio creativo.

Ciò favorisce anche una inammissibile discrasia fra etica e diritto, fra legge positiva e legge morale. Basti pensare che decine e decine di criminali, condannati per i più efferati delitti, vengono liberati e vivono protetti e finanziati dalla Stato, perché assurti al rango di “collaboratore di giustizia”.

A parte la loro scarsa affidabilità sul piano processuale, il senso comune di giustizia deve assistere all’impunità di simili individui e al discredito da loro gettato sulla correttezza del processo e sulla “verità” rappresentata dalla sentenza.

Le linee programmatiche definite dal nostro Movimento tendono a concorrere al ripristino dei valori fondamentali, senza i quali nessuna vera giustizia può sussistere, e che, sinteticamente, possono essere riassunti nel ristabilimento della certezza del diritto e del principio della ineludibilità della pena mediante un giusto e sollecito processo.

E’ altresì ovvio che una riforma del settore dovrebbe essere preceduta anche da una profonda rivisitazione della Costituzione, ormai obsoleta e per molte sue parti divenuta sterile, sia per quel che riguarda la magistratura, sia per quel che concerne la riformulazione dei principi afferenti all’insindacabilità dei parlamentari e dei consiglieri regionali nell’ambito delle proprie attribuzioni politiche e comunque connesse con le proprie funzioni nonché ripristinando il primato della politica e l’effettiva separazione dei poteri, perché è solo attraverso un corretto e reciproco controllo di essi che si realizza la democrazia quale prodromo di libertà, di sicurezza, di benessere e di giustizia.

 

Sen. Luciano Gasperini
Responsabile Giustizia
Segreteria Politica Federale

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© Movimento Giovani Padani - Ultimo aggiornamento 17 nov 2001
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