Il
sistema fiscale dalla Devolution al Federalismo
Quando parliamo di
fisco dobbiamo distinguere due diversi piani di intervento:
-
il primo, che potremmo definire “macrofisco”, riguarda il
funzionamento del sistema fiscale dello Stato nel suo complesso per
l’attribuzione delle risorse ai vari livelli istituzionali;
-
il secondo, che potremmo definire “microfisco”, che riguarda il
livello microeconomico delle singole imprese e più genericamente dei
singoli contribuenti.
Il
sistema fiscale a livello macroeconomico
Il sistema fiscale è
l’elemento base per il funzionamento dello Stato, perché deve assicurare
le risorse necessarie per l’attuazione ed il compimento dei diversi
servizi pubblici. Possiamo dire di più: il sistema fiscale è l’elemento
principe da cui si può verificare se uno Stato è veramente federalista o
meno: il legame delle risorse prodotte con il territorio, ossia la
possibilità di lasciare la disponibilità delle imposte al territorio che
le ha pagate, con la conseguente responsabilità di chi amministra di
doverle gestire al cospetto della popolazione, determina quanto federalismo
esiste in quel territorio. L’essere “padroni a casa propria” comporta
certamente l’ottenere competenze legislative e decisionali specifiche, ma
sottintende che devono essere lasciate al territorio le “tasse”, cioè
le risorse proprie, che servono ad adempiere alle funzioni di competenza ed
ad effettuare gli investimenti necessari per lo sviluppo di quel territorio.
Thomas Jefferson diceva che “se fosse Washington a decidere quando
seminare e quando mietere, ben presto mancherebbe il pane.” In effetti le
leggi, il governo, le regole, in una parola lo Stato, è creato per
l’utilità dei cittadini, pertanto deve essere soggetto alla loro
supervisione, possibile soltanto con l’autogoverno. Oggi, al di là dei
proclami di varie parti politiche, non esiste l’autogoverno e tanto meno
l’autogoverno del denaro: il livello istituzionale centrale impone alla
popolazione una determinata pressione fiscale il cui ricavato non è
ridistribuito adeguatamente sul territorio. Diventa conseguentemente più
difficile per i cittadini attribuire una responsabilità diretta degli
amministratori locali sull’utilizzo ottimale dei soldi pubblici pagati
dalla comunità locale. Tutto questo porta inefficienza, dispersione di
energie, sprechi e, quindi, maggior debito; quindi a cascata maggiori tasse
e minore reddito disponibile per i cittadini: l’espropriazione del
guadagno derivante dal proprio lavoro è un pessimo indice di democrazia, è
una forma di oppressione che stiamo vivendo in questi anni sulla nostra
pelle. E’ logico che il sistema fiscale deve essere strettamente connesso
con il sistema istituzionale: ogni livello deve avere la responsabilità di
decidere quante imposte raccogliere e di come utilizzarle per svolgere le
funzioni di cui ha la gestione. Questo è un principio cardine da cui non ci
si può discostare, perché assicura il corretto funzionamento dello Stato e
quel legame fra decisione sulle entrate e sulle uscite che in Italia non è
mai stato realizzato. E’ necessario che il sistema fiscale, pur
assicurando su tutto il territorio nazionale degli standard minimi, sia di
tipo competitivo, deve cioè premiare le aree che compiono i maggiori sforzi
per essere efficienti e produttivi, esattamente il contrario di quanto
avviene oggi, dove l’inefficiente può ottenere risorse aggiuntive a spese
degli altri. Quando si sente parlare di federalismo cooperativo si è
davanti alla solita mistificazione di chi, centralista fino al midollo, per
far fronte in qualche modo alla spinta dell’opinione pubblica, cerca
soltanto di mascherare il centralismo romano dietro la foglia di fico di
nuove espressioni verbali, in realtà con il solo scopo di creare confusione
nella gente e snaturare di fatto il vero significato del federalismo. Ne è
una prova, ad esempio, che oggi le imposte locali si aggiungono, anziché
sostituirsi, alle imposte dello stato centrale, fatto che in uno stato ad
impostazione veramente federale non sarebbe consentito. Il nostro obiettivo
finale, invece, è quello di un sistema federale in cui ci sia piena
corrispondenza fra le risorse ed il territorio che le produce, nonché il
pieno potere e la piena responsabilità della gestione delle risorse stesse.
Parallelamente le poche funzioni che rimangono al centro devono essere
finanziate in misura proporzionale da tutte le regioni e quindi da imposte
la cui possibilità di evasione sia pressoché uniforme su tutto il
territorio nazionale (es: accisa su benzina), oltre che da quote fisse
versate da ogni regione che aderisce al patto federale.
Dopo aver spiegato in
estrema sintesi in che cosa consiste il nostro obiettivo finale, occorre
porre le basi per raggiungerlo e quindi per governare il periodo transitorio
di passaggio dal sistema centralistico attuale a quello di tipo federale. La
devolution indica in effetti il processo di trapasso fra i due sistemi e qui
bisogna porre le basi precise per un funzionamento corretto dello stato. La
trasformazione di un sistema già esistente è estremamente complicata e
delicata, per cui per comprenderla appieno è opportuno avanzare
un’ipotesi su un modello pratico. Pensiamo, ad esempio, alla devoluzione
della sanità; individuiamo dapprima l’imposta con cui finanziare questa
basilare funzione pubblica: poiché la sanità è un servizio alla persona
ci sembra più ovvio pensare all’IRPEF, che è legata alla persona fisica
ed è, tra l’altro, imposta territorialmente ben definita. Nel 1999 le
entrate da IRPEF sono state di oltre 234.000 miliardi, mentre le spese per
la sanità sono ammontate a 124.000 miliardi, pari al 53% dell’IRPEF.
Pertanto occorre in prima istanza attribuire alle regioni il 53%
dell’IRPEF del loro territorio; è evidente che le regioni più efficienti
e quelle più ricche conseguono un vantaggio immediato, perché potranno
disporre liberamente di un surplus. Le regioni meno efficienti dovranno
ricevere trasferimenti perequativi, il cui importo è legato al calcolo
della spesa sanitaria teorica media. La spesa pro-capite media è calcolata
escludendo le due regioni più efficienti e le due più inefficienti per
ottenere una media teorica per un servizio sanitario standard. A regime, il
fondo sanitario nazionale integra al 90% della “media teorica
pro-capite” le risorse delle regioni che hanno esubero di spese rispetto
alle entrate determinate nel 53% dell’IRPEF. In via transitoria
l’integrazione sarà un mix decrescente fra costo storico e media teorica:
il primo anno l’integrazione sarà su un valore pari all’80% del costo
storico e al 20% del valore medio teorico, il secondo anno al 60% del costo
storico e al 40% del valore medio, e via via 40-60, 20-80, 0-100. Questo
meccanismo permette a tutte le regioni di disporre degli incrementi del
gettito IRPEF con enormi vantaggi in termini di incentivi a produrre, e,
contemporaneamente, pur assicurando un apporto di solidarietà e comunque
uno standard minimo, costringe le regioni a migliorare l’efficienza dei
servizi erogati. Quelle aree che non fossero in grado di attuare
miglioramenti sufficienti, dovrebbero ricorrere ad una tassazione aggiuntiva
regionale.
La stessa procedura può
essere attuata anche per l’istruzione: trattandosi di un servizio alla
persona, anche in questo caso l’IRPEF è l’imposta più adatta. Si
tratta di una spesa di 78.000 miliardi, cioè il 33% dell’IRPEF. Si può
applicare lo stesso meccanismo di attribuzione alle regioni e lo stesso
meccanismo di perequazione. In totale solo con sanità e istruzione alle
regioni dovrebbe essere attribuito l’86% (53+33) del gettito IRPEF con il
vantaggio che gli incrementi di entrate e i risparmi ottenuti rimarrebbero
nella libera disponibilità del bilancio regionale. Inoltre avanzerebbero
ancora 32.000 miliardi per interventi sulla pubblica sicurezza da impostare
su base regionale in regime di devoluzione. Va da sé che alle regioni deve
poi essere attribuita la potestà legislativa di decidere il livello delle
aliquote, e conseguentemente, il potere di riscossione (che significa
inversione dei flussi finanziari), di controllo e di accertamento. In tal
caso la perequazione deve tener conto anche del livello di imposizione
fiscale per evitare abusi da parte di regioni che mantengano un’IRPEF più
“leggera” rispetto ad altre aree per poi attingere dal fondo
perequativo. L’attuazione di questa trasformazione segnerebbe un passaggio
storico nella riforma dello Stato, una riforma che invochiamo da anni e che
il potere centralista fino ad oggi ci ha sempre negato.
Abbiamo accennato ai
fondi perequativi fra le varie regioni, brevemente e senza addentrarci
troppo in particolari, si può aggiungere che:
1)
fondo perequativo che possiamo definire “puro” è destinato a
quei territori il cui PIL sia al di sotto della media nazionale; non è,
pertanto, a destinazione vincolata e deve servire a ridurre il divario fra
aree ricche ed aree povere; l’importo di tali fondi, in analogia con
quanto accade in Canada e in Germania non può oltrepassare l’1% del Pil,
attualmente circa 20.000 miliardi.
2)
fondo perequativo a destinazione vincolata finalizzato a consentire
standard minimi di alcuni servizi pubblici considerati basilari (es:sanità)
e sono i fondi di cui abbiamo appena parlato.
Le regioni che
beneficiano dei fondi devono dimostrare di ottenere miglioramenti tramite il
loro utilizzo e di condurre un’efficacia lotta all’evasione fiscale. I
fondi nel loro funzionamento rispondono comunque alla necessità di
intervenire nelle aree più deboli senza togliere incentivi alle regioni più
produttive ed efficienti e devono premiare quelle aree deboli che ottengono
i maggiori risultati verso la media nazionale.
Rapporti
fisco-contribuente: il “microfisco”
Passiamo ora ad
analizzare alcuni elementi che interessano nel particolare i singoli
contribuenti, siano essi privati od imprese. E’ ovvio che occorre tendere
ad una semplificazione con una riduzione del numero delle imposte: non si
capisce per che cosa esistano, se non per motivi di gettito, alcune imposte
come l’imposta di registro, l’imposta di bollo, l’imposta di
successione. Ma occorre semplificare anche istituendo a livello locale, di
comune o di consorzio in funzione del numero di abitanti, un ufficio unico
locale di riscossione ed accertamento delle somme a qualunque titolo dovute
alle amministrazioni pubbliche: l’obiettivo è che ciascun contribuente
sia titolare di un conto corrente fiscale e contributivo, in cui
vengono compensate automaticamente partite di credito e di debito nei
confronti della P.A., e riceva
periodicamente un estratto conto fiscale con l’ammontare, globale e
disaggregato dei tributi pagati ai diversi livelli istituzionali.
Compatibilmente con le
esigenze di gettito è necessario ridurre il numero degli acconti e dei
prelievi dei sostituti d’imposta: acconto IVA, due acconti per le imposte
dirette, versamento mensile delle ritenute d’acconto. Se il primo può
essere soppresso totalmente, le altre scadenze possono essere
progressivamente scaglionate con periodicità più ampia.
Da
sopprimere anche le cosiddette “dichiarazioni periodiche”: istituite da
Visco con un decreto che si intitolava “semplificazioni in materia di iva”,
costituiscono un doppione della dichiarazione annuale, esponendo in più il
contribuente a possibili sanzioni.
Una
rapida semplificazione del sistema fiscale attualmente applicato nei
confronti delle imprese può passare, come già prima accennato, attraverso
un’elevazione dei parametri introdotti dal regime di tipo forfettario,
introdotto nel 1997, per i contribuenti minimi.
Oltre
i vantaggi negli adempimenti contabili e documentali, ridotti alla sola
registrazione delle fatture, vi sarà l’enorme beneficio di determinare
in maniera forfettaria l’Iva e l’Irpef, con possibilità di
premiare, quindi, le piccole imprese più efficienti, che potranno contare su una sorta di
guadagno fiscale.
Infine
è bene introdurre delle precise norme di civiltà a tutela dei
contribuenti, norme che, peraltro, la sinistra ha già bocciato in sede di
discussione dello “statuto del contribuente”. Occorre introdurre una
disposizione a tutela dei contribuenti quando sono oggetto di errori da
parte del fisco. Tutti sappiamo quanto sia frequente il fenomeno delle
cosiddette “cartelle pazze”, fenomeno davanti al quale il contribuente,
quand’anche riesca a far valere le proprie ragioni, deve sostenere spese
amministrative non di poco conto. E’ giusto, quindi, che lo Stato, in caso
di errore, riconosca al contribuente un credito d’imposta a titolo di
risarcimento per il danno arrecato.
Altra norma di civiltà
è quella di attribuire all’amministrazione finanziaria un tempo massimo
per effettuare i rimborsi
d’imposta. Questi indebiti finanziamenti che lo Stato fa a se stesso a
danno dei cittadini, ammontano oggi a 45.000 miliardi; occorre che, sempre a
titolo di risarcimento per il danno arrecato, trascorsi due anni dalla
richiesta di rimborso, gli interessi siano raddoppiati e che la richiesta di
rimborso costituisca titolo per l’esecuzione coattiva da parte della
giustizia ordinaria. Per intenderci in Canada i rimborsi avvengono tutti
entro un termine massimo di due mesi, ma mediamente il tempo impiegato è di
tre settimane !!!!
Queste sono poche, ma
essenziali norme di civiltà cui, certo la nostra burocrazia non è
abituata. Per abituarla basterebbe smetterla con la nota impunità dei
dipendenti dell’amministrazione finanziaria: ancora oggi percepiscono lo
stipendio dipendenti già condannati per reati di corruzione. Se non avremo
il coraggio di incentivare i dipendenti seri e di espellere le “mele
marce” non potremo pensare di attuare un effettivo rinnovamento del
sistema fiscale, perché anche una buona legge deve essere poi applicata con
buon senso e professionalità.
On.Daniele
Molgora
Responsabile Finanze e Tributi
Segreteria Politica Federale
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