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Agricoltura

 

Politiche agricole, alimentari e ambientali

La politica agricola al centro delle scelte europee e internazionali

 

Premessa

La politica agraria si forma e si realizza a tre differenti livelli: comunitario, statale e regionale. Tali livelli, sebbene in rapporto gerarchico tra loro, sono legati da forti interdipendenze che rendono impossibile occuparsi di uno solo di essi senza tenere in debito conto gli altri due. Per questo motivo chi, come noi, intende candidarsi al governo del Paese e, quindi, anche alla guida della politica agraria, ha il preciso obbligo di presentare un programma agricolo ove siano chiaramente illustrate le linee politiche che si intendono seguire in rapporto ai diversi livelli di formazione ed attuazione della politica agraria stessa.

Negli ultimi anni, la politica agraria ha perduto gran parte della sua tradizionale importanza e, in particolare, è venuto meno il suo ruolo di politica di sostegno al settore agricolo. Ciò è accaduto, non solo e non tanto per la decrescente disponibilità di risorse pubbliche, che ha interessato l'intera politica economica, quanto per le modifiche intercorse nel rapporto tra amministrazioni statali e regionali.

La riduzione del peso economico dell’intervento statale in agricoltura ha modificato il significato della politica agraria, ma non ne ha eliminato la ragion d'essere: anzi sotto determinati aspetti, ne ha addirittura accresciuto l’importanza. La politica agraria, avendo perduto la tradizionale caratteristica di intervento pubblico a sostegno del settore agricolo dovrà, infatti, assumere i connotati di “vera politica” nell’accezione più alta del termine.

L’obiettivo prioritario della nostra azione dovrà dunque essere quello di creare le condizioni, affinchè le caratteristiche peculiari della nostra agricoltura possano essere tutelate e valorizzate. Il processo di globalizzazione dei mercati sta infatti mettendo a rischio la sopravvivenza di quello straordinario patrimonio ambientale, economico e culturale che è costituito dai rapporti che legano l’agricoltura al territorio, alla natura ed alla società. L'unica via che ha la nostra agricoltura per vivere la globalizzazione senza subirla è quello di costruirsi una identità che le consenta di ricavarsi una dimensione propria nell’ambito dello “spazio globale” che va definendosi a livello planetario.

In riferimento alla necessità di realizzare le suddette condizioni, ci proponiamo di realizzare un programma di ampio respiro e di profilo elevato articolato su di un limitato numero di azioni tra loro coordinate e complementari, da sostenere a tre diversi livelli: internazionale, comunitario e nazionale.

A livello internazionale: dal 1986, è in corso un processo di graduale abbattimento del protezionismo agricolo che ha imposto una profonda revisione dei tradizionali modelli di politica agraria. Tale revisione ha interessato, in primo luogo, la Politica agricola comunitaria che è stata costretta ad operare una significativa riduzione dei livelli di sostegno precedentemente accordati agli agricoltori europei.

Allo stato attuale, dopo il fallimento del Millennium round, è in corso in sede WTO un ulteriore negoziato multilaterale sul commercio agricolo. Il principale obiettivo del nuovo negoziato è quello di completare il processo di liberalizzazione degli scambi agricoli avviato a seguito degli accordi raggiunti nel precedente round negoziale.  La liberalizzazione indiscriminata degli scambi agricoli produrrebbe l’effetto di portare la competitività su livelli difficilmente sostenibili per l’agricoltura europea, che finirebbe così per essere totale ostaggio delle logiche di mercato delle multinazionali operanti nel settore, la gran parte delle quali, giova ricordarlo, sono di capitale statunitense. Uno scenario di questo tipo risulterebbe, infine, particolarmente congeniale per abbattere le ultime barriere che l’Europa continua ad opporre alla diffusione degli Organismi geneticamente modificati, la cui produzione è affare quasi esclusivo di cinque corporations leaders nei settori della chimica, della farmaceutica e delle biotecnologie. 

In tema di commercio agricolo sono, dunque, due le grandi questioni che dovranno essere affrontate: 1) i tempi e i modi di avanzamento del processo di liberalizzazione degli scambi; 2) il grande problema del commercio dei prodotti ottenuti a partire da Organismi geneticamente modificati.

Per quanto riguarda la liberalizzazione degli scambi ci impegneremo, affinché:

-         ogni ipotesi di maggiore apertura dei mercati rispetto allo stato attuale sia valutata in funzione delle reali prospettive di sviluppo che dette aperture sono in grado di recare;

-         le regole del commercio mondiale non siano - come accade attualmente - la diretta espressione della volontà del soggetto più forte in campo, bensì elaborate su principi di equità e di rispetto delle diverse realtà produttive;

-         l’Unione europea non ammetta imposizioni esterne volte a determinare riduzioni - o addirittura azzeramenti - degli aiuti agricoli i cui effetti sul reddito degli agricoltori non possano essere compensati;

-         qualsiasi trattativa di riduzione degli aiuti agricoli sia subordinata all’accettazione, da parte dei partners commerciali, delle peculiarità dell’agricoltura europea e, in particolare, dell’indissolubile rapporto che in Europa lega lo svolgimento dell’attività agricola al territorio, all’ambiente e ai costumi sociali.

In merito al commercio di prodotti ottenuti da Ogm ci impegneremo affinché:

-         siano annullati gli accordi commerciali che hanno consentito di estendere la proprietà intellettuale (brevetti) alle risorse genetiche, siano esse animali che vegetali;

-         siano riviste le attuali norme comunitarie in materia di etichettatura dei prodotti e sia garantita la massima informazione al consumatore riguardo all’eventuale presenza di Ogm negli alimenti;

-         sia rigidamente applicato il “principio di precauzione”, ossia l’obbligo di effettuare ogni verifica ragionevole sulla potenziale dannosità di un prodotto, prima della sua diffusione in commercio.

A livello comunitario: promuovere la riforma della politica agricola comunitaria nel senso di accrescere gli spazi operativi concessi agli Stati membri in materia sia di aiuti compensativi ai redditi agricoli, sia di interventi a sostegno delle aree rurali. Ciò al fine di rafforzare il ruolo delle regioni che sarebbero i soggetti responsabili dell’attuazione degli interventi “trasferiti” dalla Comunità agli Stati membri. L’impostazione delle linee di Politica Agricola Comunitaria (PAC) dovrà avvenire in riferimento a due importanti avvenimenti: il negoziato multilaterale sul commercio agricolo e l’ampliamento della UE al primo gruppo di Paesi dell’Europa centrale ed orientale (PECO). Allo stato attuale, la PAC appare in un vicolo cieco: prigioniera dei propri meccanismi ed incapace di riformarsi e, di conseguenza, sostanzialmente inadatta ed inadattabile a fare fronte ai problemi che con l’approssimarsi delle suddette scadenze sarà inevitabilmente chiamata ad affrontare. In particolare :

-         per adeguare la PAC alle prospettive di crescente apertura dei mercati, sarebbe necessario ridurre il sostegno ai prezzi dei prodotti ed accrescere gli aiuti ai redditi;

-         per essere applicabile ai PECO, la PAC, dovrebbe essere fondata su meccanismi profondamente diversi dagli attuali e, in particolare, non dovrebbe prevedere la concessione di aiuti per compensare le riduzioni dei prezzi.

L’ingresso dei PECO avrà, inoltre, un forte impatto sulle misure socio-strutturali, in genere, e su quelle agricole in particolare. In questo settore, si dovrà, infatti, prevedere un significativo spostamento di risorse verso i nuovi Stati membri, sia perché si tratta di Paesi in ritardo di sviluppo, sia perché gli interventi strutturali finiranno necessariamente per divenire la “contropartita politica” alla impossibilità di estendere gli aiuti compensativi, cui facevamo prima riferimento. E’, dunque, assai probabile che gli interventi di sviluppo rurale condotti in favore di zone diverse da quelle classificate come in ritardo di sviluppo, siano destinati a ridursi significativamente, se non ad annullarsi.

L’Unione europea dovrà dunque porsi come obiettivo primario la definizione e la tutela di un modello di sviluppo agricolo rispettoso delle tradizioni e degli usi regionali e locali, senza cancellarne le differenze, ma, anzi, promuovendole come vera e propria risorsa fondamentale della nostra economia e della nostra società. Questa riforma sarà possibile esclusivamente se verranno implementate le tendenze già in atto, che vanno nella direzione di una migliore e più accentuata applicazione del principio di sussidiarietà, verso la condizionalità degli aiuti e l’aumento della competitività dei prodotti europei. La sussidiarietà renderebbe possibile una differenziazione delle politiche in favore delle aziende più efficienti rispetto alle attività agricole più marginali e integrative di un reddito prodotto in altri settori; inoltre, facilita l’assoggettamento dell’erogazione degli aiuti al rispetto di standard qualitativi e ambientali, oltre che consentire lo spostamento di una parte dell’onere sui bilanci nazionali e regionali, al fine di adeguarne le finalità alle differenti realtà territoriali.

Il riconoscimento della qualità, tipicità ed origine dei prodotti agricoli ed alimentari, la tutela e la guida dei consumatori, la sicurezza alimentare, la difesa dell’ambiente e della salute devono, pertanto, rappresentare quei principi cardine che non possono assolutamente essere posti in secondo piano rispetto alle severe leggi del mercato globale.

A livello statale: L’articolo 117 della Costituzione della Repubblica italiana indica espressamente che l’agricoltura è materia di competenza regionale. Da ciò se ne potrebbe, dunque, dedurre che i processi di decentramento e di devoluzione, siano più avanzati in agricoltura che in altri settori. In realtà non è così. Il quadro istituzionale delle competenze agricole ha risentito - e risente tuttora - della presenza di un Ministero tradizionalmente animato dalla ferma volontà di invadere le competenze regionali. Sotto il profilo formale, il Ministero ha perduto competenze e risorse economiche; nella pratica operativa ha però rafforzato le proprie strutture burocratiche interne grazie alla pseudo-riforma Bassanini  ed ha acquisito il potere di indirizzo e coordinamento su tutte le attività di spesa sostenute ad ogni livello in favore dell’agricoltura. Le regioni, per contro, hanno accresciuto le loro competenze, ma non le risorse per esercitarle.

La sopravvivenza di una amministrazione centrale ancora oggi troppo invasiva, nonostante le tante riforme annunciate, e la presenza di regioni ancora nell’impossibilità di esercitare appieno le funzioni che sono loro riconosciute, ha contribuito ad impedire il superamento di quella situazione di insufficiente chiarezza che caratterizza, da sempre, i rapporti tra le diverse istituzioni agricole italiane.

In considerazione di quanto ora espresso appare, dunque, evidente che la vera riforma della politica agraria nazionale la si realizza attraverso la devoluzione, intesa come trasferimento di funzioni e di risorse ai livelli locali e forte semplificazione degli apparati di Stato. Nel caso specifico le nostre proposte sono le seguenti:

-         operare una vera riforma delle strutture ministeriali, trasformando l’attuale dicastero in “Ministero senza portafoglio”, la cui unica funzione sia il vero coordinamento delle politiche regionali;

-         semplificare al massimo gli adempimenti burocratici che attualmente gravano sui produttori;

-         introdurre la dimensione agricola nell’ambito delle diverse politiche del governo, affinché i problemi e le peculiarità del settore primario trovino risposte e considerazione in ciascuna delle importanti riforme di carattere generale che si vogliono realizzare (fiscale, contributiva, del lavoro, amministrativa, federale...);

-                   tutelare in ogni modo e in ogni sede le vocazionalità delle varie agricolture italiane, assoluto   patrimonio di un territorio profondamente legato ai modelli economici e sociali derivanti dalla civiltà contadina.

 

Agricoltura e tutela dell’ambiente, della salute e della biodiversità

Premessa

Nell’ambito del quadro di riforma della Politica agricola comunitaria, l’agricoltura ha assunto nuovi e importanti compiti. Con "Agenda 2000" l’Unione Europea affida all’agricoltura, oltre alla sua classica vocazione di produttrice di generi alimentari, un ruolo centrale nel governo del territorio a partire dalle aree rurali, per il suo carattere “multifunzionale” e per il ruolo che svolge nella sfera economica, ambientale e paesaggistica, oltre che a riconoscerle la figura di principale custode delle diverse identità culturali.

L’alimentazione, come momento a valle della produzione agricola, tende a salvaguardare i legami con il territorio di origine, promuovendo quegli aspetti culturali che non avrebbero altro mezzo di propagazione. Il ritorno a certi sapori, a certi modi di alimentarsi e di vivere riscoprono anche il vero concetto della parola dieta, derivante dal greco “dìaita”, che significa letteralmente “modo di vivere armonioso”, cioè in pace con se stessi, con la natura, con la società che ci circonda. Ed è questo l’obiettivo culturale a cui dovrebbe tendere il sistema agricolo: essere il custode delle nostre tradizioni e della nostra terra.

 

Sicurezza alimentare e tutela dei consumatori

In questo contesto occorre rafforzare ogni impegno relativo alla sicurezza e alla qualità alimentare dei prodotti agricoli, operando in un’ottica di filiera che veda interessate tutte le componenti del processo produttivo. Il consumatore deve essere sempre al centro delle scelte di politica agraria, sia come momento di indirizzo strategico del settore sia come momento di tutela e salvaguardia della salute. Lo stesso impegno deve dunque essere riproposto anche nelle politiche di informazione indirizzate agli acquirenti dei prodotti agroalimentari, oggi sempre più attenti ma bisognosi di sistemi di etichettatura trasparenti ed esaustivi. L’opera informativa dovrebbe essere prevalentemente rivolta alle giovani generazioni, operando in maniera sinergica con le istituzioni scolastiche e sociali, che sono il naturale trait d’union fra individuo, famiglia e società.

Muovendosi fin dall’inizio nel variegato quanto affascinante mondo delle certificazioni di qualità e tipicità dei prodotti agroalimentari, il consumatore diventerà un soggetto ancora più attivo nelle scelte produttive del comparto, stimolando l’accesso alle nuove vocazionalità agricole quali l’agricoltura biologica e dei prodotti a denominazione di origine, notoriamente caratterizzate da una compatibilità ambientale in grado di assicurare un ampio livello di tutela delle risorse naturali.

Questa linea d’azione presuppone una decisa quanto netta posizione di contrarietà rispetto alle attuali norme sulla sperimentazione e commercializzazione di alimenti contenenti Organismi geneticamente modificati, tanto incuranti del “principio di precauzione” quanto troppo permissive rispetto al principio di “sostanziale equivalenza” ai prodotti naturali. 

 

Tutela dell’ambiente

Comparto primario e ambiente costituiscono un legame indissolubile per il corretto mantenimento dell’equilibrio fra attività umane ed ecosistema. Il principio cardine e comunemente accettato dello sviluppo sostenibile (definito in sede ONU come quello “che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”) chiama in causa l’agricoltura come momento essenziale per la messa in atto di politiche a tutela del territorio e delle risorse naturali.

Questa riguadagnata centralità del settore esige dunque appropriate politiche di coinvolgimento degli operatori agricoli sia impegnati in attività produttive a livello industriale sia per coloro che operano in territori svantaggiati il cui solo reddito agricolo non ne consente la permanenza in loco.

Negli ultimi anni, anche grazie alla accresciuta consapevolezza di cittadini e produttori, si sono sviluppate importanti forme di valorizzazione del territorio, soprattutto dovute alla forte crescita del turismo rurale che ha unito le esigenze di redditività delle imprese alla riscoperta culturale di territori marginali, ricchi di tradizioni e cultura. La promozione di queste forme di “fusione” fra uomo e territorio deve dunque essere un imperativo categorico, e devono essere profondamente legate con la valorizzazione dei prodotti enologici e gastronomici tipici di queste zone.

 

Tutela del patrimonio naturale e della biodiversità

Il concetto di “biodiversità” è stato elaborato per descrivere sia la ricchezza che la varietà di elementi all'interno di un insieme di entità biologiche. Conservare la biodiversità significa dunque custodire la diversità genetica di razze, specie e varietà attraverso la salvaguardia degli habitat e degli ecosistemi naturali Nel 1992, nell’ambito della Conferenza di Rio de Janeiro, è stata sottoscritta la Convenzione sulla Biodiversità, che rappresenta un punto di svolta nelle strategie conservative e uno degli strumenti di tutela più complessi ed impegnativi degli ultimi anni.

Le più recenti tendenze indicano l’agricoltura come elemento fondamentale di presidio della biodiversità, la definizione, quindi, di un modello di sviluppo agricolo basato sulla “multifunzionalità” rimane lo strumento essenziale di tutela e valorizzazione delle risorse genetiche ed ambientali, per le quali occorre evitare ogni politica di sfruttamento e di mercificazione selvaggia.

 

L’agricoltura come motore di sviluppo dei Paesi poveri

La povertà affligge oggi 1,2 miliardi di persone, pari ad un quinto della popolazione mondiale. Nel 1980 il numero dei poveri ammontava a 780 milioni. Oggi, la popolazione mondiale è costituita da oltre 800 milioni di persone malnutrite e affette dalla fame in forma cronica, abitanti per la maggior parte in aree rurali del Terzo Mondo che potrebbero essere utilizzate per l’attività agricola.

Per molte di queste persone l’accesso alla terra come risorsa produttiva rappresenta l’unico mezzo per assicurare il sostentamento della propria famiglia, se non l’unica forma di sopravvivenza. Di questa necessità se ne cominciò a parlare fin dagli ’70, ossia quando si comprese che una vera riforma agraria dei paesi poveri era l’unico strumento di sviluppo che avrebbe consentito di rilanciare il settore agroalimentare e, di conseguenza, anche il comparto della piccola industria di trasformazione.

Tuttavia, ogni tentativo di proporre una nuova politica della terra si è infranto da un lato contro il disinteresse delle istituzioni internazionali (Banca mondiale e WTO in primis)  e, dall’altro, contro il sistema delle oligarchie locali rappresentate dai grandi proprietari terrieri che hanno spesso scatenato conflitti, violenze e ruberie.

Le Istituzioni italiane, così come quelle europee, hanno dunque il dovere di intervenire in politiche di cooperazione che muovano prioritariamente verso il settore agricolo, agevolando l’accesso alla terra e alle tecnologie di base come elementi primari dello sviluppo. Inoltre, una più energica e oculata politica di investimento nelle risorse idriche, volta a frenare lo sfruttamento indiscriminato delle risorse ambientali potrebbe ridurre nel giro di pochi decenni un divario che altrimenti diverrebbe incolmabile, con gravi ripercussioni su tutto l’assetto mondiale.

In quest’ottica sono sicuramente da incentivare gli sforzi miranti alla riduzione del debito contratto dai paesi poveri, nonché ogni opportuna campagna a favore della compatibilità ambientale dei progetti di partenariato e cooperazione condotti da enti pubblici ma anche da soggetti privati.

Questa spirale di povertà, già ampiamente nota, è forse una delle maggiori cause dei continui e inumani fenomeni migratori delle popolazioni povere verso il cosiddetto “mondo occidentale”: a questa sfida di civiltà non possiamo certamente sottrarci, partendo appunto dalla spinta propulsiva che può donare il mondo agricolo, non solo come sostentamento alimentare nei casi di assoluta necessità, ma come vero e proprio motore di sviluppo.

 

Il prelievo delle risorse naturali

Premessa

L’esigenza di salvaguardare il prelievo delle risorse venatorie e ittiche e, nel contempo, tutelare il patrimonio naturale da un inaccettabile impoverimento rappresenta l’obiettivo primario del programma della Lega Nord. In funzione di queste linee guida, sarà rivolta la massima attenzione alle problematiche della caccia, della pesca e dell’acquacoltura, sia come elementi di grande rilevanza economica sia come strumenti di valorizzazione del territorio e delle sue risorse.

Anche in questo caso una corretta gestione dei comparti succitati non può non contemplare una profonda revisione del sistema amministrativo attuale, ancora fortemente centralizzato e caratterizzato da una invadente burocrazia che ne soffoca le potenzialità.

Un ambiente, dunque, non più dominato dall’uomo e dalle sue rigide quanto maldestre leggi, ma integrato fortemente con i valori di una società naturale in cui la tutela delle risorse ecologiche rappresenta non un problema ma un’opportunità di sviluppo e di preservazione delle tradizioni e del patrimonio genetico tipici delle diverse realtà territoriali.

Attività venatoria

La caccia, intesa come corretto e responsabile prelievo delle risorse faunistiche, deve essere considerata come attività fortemente integrata nella più generale gestione del patrimonio ambientale, ove il raggiungimento dell’equilibrio fra uomo e ambiente rappresenta l’approdo ideale per ogni proposta di tutela della natura.

Per questo motivo l’impegno della Lega Nord sarà principalmente rivolto all’individuazione di strumenti in grado di garantire una partecipazione più diretta e responsabile del cacciatore nella gestione della fauna, in armonia con le esigenze espresse in particolar modo dagli imprenditori agricoli con i quali è necessario cooperare per un reale miglioramento ambientale volto alla riproduzione naturale della selvaggina e per un razionale e proficuo sfruttamento del territorio finalizzato a questi scopi.

Una seria politica venatoria non può dunque prescindere dal rispetto delle tradizioni saldamente radicate nella cultura e nell’identità delle popolazioni locali, nonché dalla valorizzazione delle attività economiche legate all’arte della caccia.

In questo contesto occorre, pertanto, promuovere una seria ed efficace riforma della legge quadro n. 157 del 1992, rivolta principalmente ad aumentare il grado di responsabilizzazione di Regioni e Provincie in particolar modo nella stesura dell’elenco delle specie cacciabili (comprese quelle cosiddette “in deroga”) e del calendario venatorio, il cui unico riferimento dovrà essere la legislazione comunitaria in materia di salvaguardia del patrimonio faunistico.

Allo scopo di concedere alle Regioni e agli enti locali maggiori competenze, agiremo quindi anche sul versante fiscale, trasferendo sul territorio i proventi delle tasse di concessione governativa, i quali saranno vincolati esclusivamente per opere di riqualificazione agro-silvo-venatoria. Questo cambiamento di impostazione del settore imporrà anche una profonda revisione degli attuali Ambiti Territoriali di Caccia, per ciò che concerne sia la perimetrazione sia gli strumenti di gestione.

Pesca e acquacoltura

Le attività di prelievo delle risorse ittiche vivono, negli ultimi anni, una profonda crisi legata principalmente all’arretratezza dei sistemi di pesca, nonché alla debolezza delle strutture di commercializzazione del prodotto. Sebbene i consumi continuino a segnare un andamento positivo, il fatturato delle imprese di pesca appare stagnante se non addirittura in flessione, complice anche il massiccio ricorso all’importazione di prodotto estero, spesso carente sia dal punto di vista qualitativo che igienico-sanitario.

La promozione del pescato locale, unita ad idonee politiche miranti a favorire le attività di commercializzazione, appare dunque un elemento fondamentale per la tutela dei consumatori, per cui è necessario agire con nuove politiche ittiche che coinvolgano maggiormente le diverse realtà territoriali, ognuna con le proprie peculiarità e tradizioni.

In quest’ottica agiremo affinchè vi sia un reale miglioramento degli strumenti di pesca, a cui andranno affiancate mirate politiche occupazionali atte a snellire la burocrazia e a favorire l’accesso nel mondo del lavoro ittico. Inoltre, agiremo nelle sedi internazionali preposte con l’obiettivo primario di favorire le attività di pesca nei nostri mari, importanti fonti di ricchezza di molte regioni.

Per ciò che concerne l'acquacoltura, intesa come l’insieme delle attività umane finalizzate alla produzione di organismi acquatici realizzate in acque marine, dolci e salmastre, è importante notare come negli ultimi anni queste pratiche abbiano acquisito un ruolo sempre maggiore nella produzione ittica, per cui oggi si può sostenere che tali attività costituiscano un valido supporto alla pesca nel soddisfacimento della crescente richiesta di mercato, contribuendo ad alleviare la condizione tuttora deficitaria della nostra bilancia alimentare in materia di prodotti ittici. Per questo motivo il nostro impegno sarà principalmente rivolto alla valorizzazione dei prodotti di allevamento, attraverso idonee politiche di promozione e di certificazione delle varie produzioni regionali e locali.

Pesca e acquacoltura, quindi, si devono considerare come un binomio oramai inscindibile da applicare alla valorizzazione e incentivazione delle risorse sia in termini quantitativi che qualitativi. Appare pertanto indispensabile, per salvaguardare la qualità dei prodotti e la conservazione delle ricchezze naturali, promuovere idonee politiche miranti alla custodia dell'ambiente in cui le due attività si sviluppano, sia esso marino che fluviale, a cominciare da una seria azione di tutela delle acque dall’inquinamento ambientale.

On. Giampaolo Dozzo
Responsabile Agricoltura e Alimentazione
Segreteria Politica Federale

 

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