Politiche
agricole, alimentari e ambientali
La
politica agricola al centro delle scelte europee e internazionali
Premessa
La
politica agraria si forma e si realizza a tre differenti livelli:
comunitario, statale e regionale. Tali livelli, sebbene in
rapporto gerarchico tra loro, sono legati da forti interdipendenze
che rendono impossibile occuparsi di uno solo di essi senza
tenere in debito conto gli altri due. Per questo motivo chi,
come noi, intende candidarsi al governo del Paese e, quindi,
anche alla guida della politica agraria, ha il preciso obbligo
di presentare un programma agricolo ove siano chiaramente
illustrate le linee politiche che si intendono seguire in
rapporto ai diversi livelli di formazione ed attuazione della
politica agraria stessa.
Negli
ultimi anni, la politica agraria ha perduto gran parte della
sua tradizionale importanza e, in particolare, è venuto meno
il suo ruolo di politica di sostegno al settore agricolo.
Ciò è accaduto, non solo e non tanto per la decrescente disponibilità
di risorse pubbliche, che ha interessato l'intera politica
economica, quanto per le modifiche intercorse nel rapporto
tra amministrazioni statali e regionali.
La
riduzione del peso economico dell’intervento statale in agricoltura
ha modificato il significato della politica agraria, ma non
ne ha eliminato la ragion d'essere: anzi sotto determinati
aspetti, ne ha addirittura accresciuto l’importanza. La politica
agraria, avendo perduto la tradizionale caratteristica di
intervento pubblico a sostegno del settore agricolo dovrà,
infatti, assumere i connotati di “vera politica” nell’accezione
più alta del termine.
L’obiettivo
prioritario della nostra azione dovrà dunque essere quello
di creare le condizioni, affinchè le caratteristiche peculiari
della nostra agricoltura possano essere tutelate e valorizzate.
Il processo di globalizzazione dei mercati sta infatti mettendo
a rischio la sopravvivenza di quello straordinario patrimonio
ambientale, economico e culturale che è costituito dai rapporti
che legano l’agricoltura al territorio, alla natura ed alla
società. L'unica via che ha la nostra agricoltura per vivere
la globalizzazione senza subirla è quello di costruirsi una
identità che le consenta di ricavarsi una dimensione propria
nell’ambito dello “spazio globale” che va definendosi a livello
planetario.
In
riferimento alla necessità di realizzare le suddette condizioni,
ci proponiamo di realizzare un programma di ampio respiro
e di profilo elevato articolato su di un limitato numero di
azioni tra loro coordinate e complementari, da sostenere a
tre diversi livelli: internazionale, comunitario e nazionale.
A
livello internazionale: dal 1986, è in corso un processo di
graduale abbattimento del protezionismo agricolo che ha imposto
una profonda revisione dei tradizionali modelli di politica
agraria. Tale revisione ha interessato, in primo luogo, la
Politica agricola comunitaria che è stata costretta ad operare
una significativa riduzione dei livelli di sostegno precedentemente
accordati agli agricoltori europei.
Allo
stato attuale, dopo il fallimento del Millennium round, è
in corso in sede WTO un ulteriore negoziato multilaterale
sul commercio agricolo. Il principale obiettivo del nuovo
negoziato è quello di completare il processo di liberalizzazione
degli scambi agricoli avviato a seguito degli accordi raggiunti
nel precedente round negoziale. La liberalizzazione
indiscriminata degli scambi agricoli produrrebbe l’effetto
di portare la competitività su livelli difficilmente sostenibili
per l’agricoltura europea, che finirebbe così per essere totale
ostaggio delle logiche di mercato delle multinazionali operanti
nel settore, la gran parte delle quali, giova ricordarlo,
sono di capitale statunitense. Uno scenario di questo tipo
risulterebbe, infine, particolarmente congeniale per abbattere
le ultime barriere che l’Europa continua ad opporre alla diffusione
degli Organismi geneticamente modificati, la cui produzione
è affare quasi esclusivo di cinque corporations
leaders nei settori della chimica, della farmaceutica e delle
biotecnologie.
In
tema di commercio agricolo sono, dunque, due le grandi questioni
che dovranno essere affrontate: 1) i tempi e i modi di avanzamento
del processo di liberalizzazione degli scambi; 2) il grande
problema del commercio dei prodotti ottenuti a partire da
Organismi geneticamente modificati.
Per
quanto riguarda la liberalizzazione degli scambi ci impegneremo,
affinché:
-
ogni ipotesi di maggiore apertura dei mercati rispetto allo
stato attuale sia valutata in funzione delle reali prospettive
di sviluppo che dette aperture sono in grado di recare;
-
le regole del commercio mondiale non siano - come accade attualmente
- la diretta espressione della volontà del soggetto più forte
in campo, bensì elaborate su principi di equità e di rispetto
delle diverse realtà produttive;
-
l’Unione europea non ammetta imposizioni esterne volte a determinare
riduzioni - o addirittura azzeramenti - degli aiuti agricoli
i cui effetti sul reddito degli agricoltori non possano essere
compensati;
-
qualsiasi trattativa di riduzione degli aiuti agricoli sia
subordinata all’accettazione, da parte dei partners commerciali,
delle peculiarità dell’agricoltura europea e, in particolare,
dell’indissolubile rapporto che in Europa lega lo svolgimento
dell’attività agricola al territorio, all’ambiente e ai costumi
sociali.
In
merito al commercio di prodotti ottenuti da Ogm ci impegneremo
affinché:
-
siano annullati gli accordi commerciali che hanno consentito
di estendere la proprietà intellettuale (brevetti) alle risorse
genetiche, siano esse animali che vegetali;
-
siano riviste le attuali norme comunitarie in materia di etichettatura
dei prodotti e sia garantita la massima informazione al consumatore
riguardo all’eventuale presenza di Ogm negli alimenti;
-
sia rigidamente applicato il “principio di precauzione”, ossia
l’obbligo di effettuare ogni verifica ragionevole sulla potenziale
dannosità di un prodotto, prima della sua diffusione in commercio.
A
livello comunitario: promuovere la riforma della politica
agricola comunitaria nel senso di accrescere gli spazi operativi
concessi agli Stati membri in materia sia di aiuti compensativi
ai redditi agricoli, sia di interventi a sostegno delle aree
rurali. Ciò al fine di rafforzare il ruolo delle regioni che
sarebbero i soggetti responsabili dell’attuazione degli interventi
“trasferiti” dalla Comunità agli Stati membri. L’impostazione
delle linee di Politica Agricola Comunitaria (PAC) dovrà avvenire
in riferimento a due importanti avvenimenti: il negoziato
multilaterale sul commercio agricolo e l’ampliamento della
UE al primo gruppo di Paesi dell’Europa centrale ed orientale
(PECO). Allo stato attuale, la PAC appare in un vicolo cieco:
prigioniera dei propri meccanismi ed incapace di riformarsi
e, di conseguenza, sostanzialmente inadatta ed inadattabile
a fare fronte ai problemi che con l’approssimarsi delle suddette
scadenze sarà inevitabilmente chiamata ad affrontare. In particolare :
-
per adeguare la PAC alle prospettive di crescente apertura
dei mercati, sarebbe necessario ridurre il sostegno ai prezzi
dei prodotti ed accrescere gli aiuti ai redditi;
-
per essere applicabile ai PECO, la PAC, dovrebbe essere fondata
su meccanismi profondamente diversi dagli attuali e, in particolare,
non dovrebbe prevedere la concessione di aiuti per compensare
le riduzioni dei prezzi.
L’ingresso
dei PECO avrà, inoltre, un forte impatto sulle misure socio-strutturali,
in genere, e su quelle agricole in particolare. In questo
settore, si dovrà, infatti, prevedere un significativo spostamento
di risorse verso i nuovi Stati membri, sia perché si tratta
di Paesi in ritardo di sviluppo, sia perché gli interventi
strutturali finiranno necessariamente per divenire la “contropartita
politica” alla impossibilità di estendere gli aiuti compensativi,
cui facevamo prima riferimento. E’, dunque, assai probabile
che gli interventi di sviluppo rurale condotti in favore di
zone diverse da quelle classificate come in ritardo di sviluppo,
siano destinati a ridursi significativamente, se non ad annullarsi.
L’Unione
europea dovrà dunque porsi come obiettivo primario la definizione
e la tutela di un modello di sviluppo agricolo rispettoso
delle tradizioni e degli usi regionali e locali, senza cancellarne
le differenze, ma, anzi, promuovendole come vera e propria
risorsa fondamentale della nostra economia e della nostra
società. Questa riforma sarà possibile esclusivamente se verranno
implementate le tendenze già in atto, che vanno nella direzione
di una migliore e più accentuata applicazione del principio
di sussidiarietà, verso la condizionalità degli aiuti e l’aumento
della competitività dei prodotti europei. La sussidiarietà
renderebbe possibile una differenziazione delle politiche
in favore delle aziende più efficienti rispetto alle attività
agricole più marginali e integrative di un reddito prodotto
in altri settori; inoltre, facilita l’assoggettamento dell’erogazione
degli aiuti al rispetto di standard qualitativi e ambientali,
oltre che consentire lo spostamento di una parte dell’onere
sui bilanci nazionali e regionali, al fine di adeguarne le
finalità alle differenti realtà territoriali.
Il
riconoscimento della qualità, tipicità ed origine dei prodotti
agricoli ed alimentari, la tutela e la guida dei consumatori,
la sicurezza alimentare, la difesa dell’ambiente e della salute
devono, pertanto, rappresentare quei principi cardine che
non possono assolutamente essere posti in secondo piano rispetto
alle severe leggi del mercato globale.
A
livello statale: L’articolo 117 della Costituzione della Repubblica
italiana indica espressamente che l’agricoltura è materia
di competenza regionale. Da ciò se ne potrebbe, dunque, dedurre
che i processi di decentramento e di devoluzione, siano più
avanzati in agricoltura che in altri settori. In realtà non
è così. Il quadro istituzionale delle competenze agricole
ha risentito - e risente tuttora - della presenza di un Ministero
tradizionalmente animato dalla ferma volontà di invadere le
competenze regionali. Sotto il profilo formale, il Ministero
ha perduto competenze e risorse economiche; nella pratica
operativa ha però rafforzato le proprie strutture burocratiche
interne grazie alla pseudo-riforma Bassanini ed ha acquisito
il potere di indirizzo e coordinamento su tutte le attività
di spesa sostenute ad ogni livello in favore dell’agricoltura.
Le regioni, per contro, hanno accresciuto le loro competenze,
ma non le risorse per esercitarle.
La
sopravvivenza di una amministrazione centrale ancora oggi
troppo invasiva, nonostante le tante riforme annunciate, e
la presenza di regioni ancora nell’impossibilità di esercitare
appieno le funzioni che sono loro riconosciute, ha contribuito
ad impedire il superamento di quella situazione di insufficiente
chiarezza che caratterizza, da sempre, i rapporti tra le diverse
istituzioni agricole italiane.
In
considerazione di quanto ora espresso appare, dunque, evidente
che la vera riforma della politica agraria nazionale la si
realizza attraverso la devoluzione, intesa come trasferimento
di funzioni e di risorse ai livelli locali e forte semplificazione
degli apparati di Stato. Nel caso specifico le nostre proposte
sono le seguenti:
-
operare una vera riforma delle strutture ministeriali, trasformando
l’attuale dicastero in “Ministero senza portafoglio”, la cui
unica funzione sia il vero coordinamento delle politiche regionali;
-
semplificare al massimo gli adempimenti burocratici che attualmente
gravano sui produttori;
-
introdurre la dimensione agricola nell’ambito delle diverse
politiche del governo, affinché i problemi e le peculiarità
del settore primario trovino risposte e considerazione in
ciascuna delle importanti riforme di carattere generale che
si vogliono realizzare (fiscale, contributiva, del lavoro,
amministrativa, federale...);
-
tutelare in ogni modo e in ogni sede le vocazionalità delle
varie agricolture italiane, assoluto patrimonio
di un territorio profondamente legato ai modelli economici
e sociali derivanti dalla civiltà contadina.
Agricoltura
e tutela dell’ambiente, della salute e della biodiversità
Premessa
Nell’ambito
del quadro di riforma della Politica agricola comunitaria,
l’agricoltura ha assunto nuovi e importanti compiti. Con "Agenda
2000" l’Unione Europea affida all’agricoltura, oltre
alla sua classica vocazione di produttrice di generi alimentari,
un ruolo centrale nel governo del territorio a partire dalle
aree rurali, per il suo carattere “multifunzionale” e per
il ruolo che svolge nella sfera economica, ambientale e paesaggistica,
oltre che a riconoscerle la figura di principale custode delle
diverse identità culturali.
L’alimentazione,
come momento a valle della produzione agricola, tende a salvaguardare
i legami con il territorio di origine, promuovendo quegli
aspetti culturali che non avrebbero altro mezzo di propagazione.
Il ritorno a certi sapori, a certi modi di alimentarsi e di
vivere riscoprono anche il vero concetto della parola dieta,
derivante dal greco “dìaita”, che significa letteralmente
“modo di vivere armonioso”, cioè in pace con se stessi, con
la natura, con la società che ci circonda. Ed è questo l’obiettivo
culturale a cui dovrebbe tendere il sistema agricolo: essere
il custode delle nostre tradizioni e della nostra terra.
Sicurezza
alimentare e tutela dei consumatori
In
questo contesto occorre rafforzare ogni impegno relativo alla
sicurezza e alla qualità alimentare dei prodotti agricoli,
operando in un’ottica di filiera che veda interessate tutte
le componenti del processo produttivo. Il consumatore deve
essere sempre al centro delle scelte di politica agraria,
sia come momento di indirizzo strategico del settore sia come
momento di tutela e salvaguardia della salute. Lo stesso impegno
deve dunque essere riproposto anche nelle politiche di informazione
indirizzate agli acquirenti dei prodotti agroalimentari, oggi
sempre più attenti ma bisognosi di sistemi di etichettatura
trasparenti ed esaustivi. L’opera informativa dovrebbe essere
prevalentemente rivolta alle giovani generazioni, operando
in maniera sinergica con le istituzioni scolastiche e sociali,
che sono il naturale trait d’union fra individuo, famiglia e società.
Muovendosi
fin dall’inizio nel variegato quanto affascinante mondo delle
certificazioni di qualità e tipicità dei prodotti agroalimentari,
il consumatore diventerà un soggetto ancora più attivo nelle
scelte produttive del comparto, stimolando l’accesso alle
nuove vocazionalità agricole quali l’agricoltura biologica
e dei prodotti a denominazione di origine, notoriamente caratterizzate
da una compatibilità ambientale in grado di assicurare un
ampio livello di tutela delle risorse naturali.
Questa
linea d’azione presuppone una decisa quanto netta posizione
di contrarietà rispetto alle attuali norme sulla sperimentazione
e commercializzazione di alimenti contenenti Organismi geneticamente
modificati, tanto incuranti del “principio di precauzione”
quanto troppo permissive rispetto al principio di “sostanziale
equivalenza” ai prodotti naturali.
Tutela
dell’ambiente
Comparto
primario e ambiente costituiscono un legame indissolubile
per il corretto mantenimento dell’equilibrio fra attività
umane ed ecosistema. Il principio cardine e comunemente accettato
dello sviluppo sostenibile
(definito in sede ONU come quello “che soddisfa i bisogni
del presente senza compromettere la capacità delle generazioni
future di soddisfare i propri bisogni”) chiama in causa l’agricoltura
come momento essenziale per la messa in atto di politiche
a tutela del territorio e delle risorse naturali.
Questa
riguadagnata centralità del settore esige dunque appropriate
politiche di coinvolgimento degli operatori agricoli sia impegnati
in attività produttive a livello industriale sia per coloro
che operano in territori svantaggiati il cui solo reddito
agricolo non ne consente la permanenza in loco.
Negli
ultimi anni, anche grazie alla accresciuta consapevolezza
di cittadini e produttori, si sono sviluppate importanti forme
di valorizzazione del territorio, soprattutto dovute alla
forte crescita del turismo rurale che ha unito le esigenze
di redditività delle imprese alla riscoperta culturale di
territori marginali, ricchi di tradizioni e cultura. La promozione
di queste forme di “fusione” fra uomo e territorio deve dunque
essere un imperativo categorico, e devono essere profondamente
legate con la valorizzazione dei prodotti enologici e gastronomici
tipici di queste zone.
Tutela
del patrimonio naturale e della biodiversità
Il
concetto di “biodiversità” è stato elaborato per descrivere
sia la ricchezza che la varietà di elementi all'interno di
un insieme di entità biologiche. Conservare la biodiversità
significa dunque custodire la diversità genetica di razze,
specie e varietà attraverso la salvaguardia degli habitat
e degli ecosistemi naturali Nel 1992, nell’ambito della Conferenza
di Rio de Janeiro, è stata sottoscritta la Convenzione sulla
Biodiversità, che rappresenta un punto di svolta nelle strategie
conservative e uno degli strumenti di tutela più complessi
ed impegnativi degli ultimi anni.
Le più recenti
tendenze indicano l’agricoltura come elemento fondamentale
di presidio della biodiversità, la definizione, quindi, di
un modello di sviluppo agricolo basato sulla “multifunzionalità”
rimane lo strumento essenziale di tutela e valorizzazione
delle risorse genetiche ed ambientali, per le quali occorre
evitare ogni politica di sfruttamento e di mercificazione
selvaggia.
L’agricoltura
come motore di sviluppo dei Paesi poveri
La
povertà affligge oggi 1,2 miliardi di persone, pari ad un
quinto della popolazione mondiale. Nel 1980 il numero dei
poveri ammontava a 780 milioni. Oggi, la popolazione mondiale
è costituita da oltre 800 milioni di persone malnutrite e
affette dalla fame in forma cronica, abitanti per la maggior
parte in aree rurali del Terzo Mondo che potrebbero essere
utilizzate per l’attività agricola.
Per
molte di queste persone l’accesso alla terra come risorsa
produttiva rappresenta l’unico mezzo per assicurare il sostentamento
della propria famiglia, se non l’unica forma di sopravvivenza.
Di questa necessità se ne cominciò a parlare fin dagli ’70,
ossia quando si comprese che una vera riforma agraria dei
paesi poveri era l’unico strumento di sviluppo che avrebbe
consentito di rilanciare il settore agroalimentare e, di conseguenza,
anche il comparto della piccola industria di trasformazione.
Tuttavia,
ogni tentativo di proporre una nuova politica della terra
si è infranto da un lato contro il disinteresse delle istituzioni
internazionali (Banca mondiale e WTO in primis) e, dall’altro,
contro il sistema delle oligarchie locali rappresentate dai
grandi proprietari terrieri che hanno spesso scatenato conflitti,
violenze e ruberie.
Le
Istituzioni italiane, così come quelle europee, hanno dunque
il dovere di intervenire in politiche di cooperazione che
muovano prioritariamente verso il settore agricolo, agevolando
l’accesso alla terra e alle tecnologie di base come elementi
primari dello sviluppo. Inoltre, una più energica e oculata
politica di investimento nelle risorse idriche, volta a frenare
lo sfruttamento indiscriminato delle risorse ambientali potrebbe
ridurre nel giro di pochi decenni un divario che altrimenti
diverrebbe incolmabile, con gravi ripercussioni su tutto l’assetto
mondiale.
In
quest’ottica sono sicuramente da incentivare gli sforzi miranti
alla riduzione del debito contratto dai paesi poveri, nonché
ogni opportuna campagna a favore della compatibilità ambientale
dei progetti di partenariato e cooperazione condotti da enti
pubblici ma anche da soggetti privati.
Questa
spirale di povertà, già ampiamente nota, è forse una delle
maggiori cause dei continui e inumani fenomeni migratori delle
popolazioni povere verso il cosiddetto “mondo occidentale”:
a questa sfida di civiltà non possiamo certamente sottrarci,
partendo appunto dalla spinta propulsiva che può donare il
mondo agricolo, non solo come sostentamento alimentare nei
casi di assoluta necessità, ma come vero e proprio motore
di sviluppo.
Il
prelievo delle risorse naturali
Premessa
L’esigenza
di salvaguardare il prelievo delle risorse venatorie e ittiche
e, nel contempo, tutelare il patrimonio naturale da un inaccettabile
impoverimento rappresenta l’obiettivo primario del programma
della Lega Nord. In funzione di queste linee guida, sarà rivolta
la massima attenzione alle problematiche della caccia, della
pesca e dell’acquacoltura, sia come elementi di grande rilevanza
economica sia come strumenti di valorizzazione del territorio
e delle sue risorse.
Anche
in questo caso una corretta gestione dei comparti succitati
non può non contemplare una profonda revisione del sistema
amministrativo attuale, ancora fortemente centralizzato e
caratterizzato da una invadente burocrazia che ne soffoca
le potenzialità.
Un
ambiente, dunque, non più dominato dall’uomo e dalle sue rigide
quanto maldestre leggi, ma integrato fortemente con i valori
di una società naturale in cui la tutela delle risorse ecologiche
rappresenta non un problema ma un’opportunità di sviluppo
e di preservazione delle tradizioni e del patrimonio genetico
tipici delle diverse realtà territoriali.
Attività
venatoria
La
caccia, intesa come corretto e responsabile prelievo delle
risorse faunistiche, deve essere considerata come attività
fortemente integrata nella più generale gestione del patrimonio
ambientale, ove il raggiungimento dell’equilibrio fra uomo
e ambiente rappresenta l’approdo ideale per ogni proposta
di tutela della natura.
Per
questo motivo l’impegno della Lega Nord sarà principalmente
rivolto all’individuazione di strumenti in grado di garantire
una partecipazione più diretta e responsabile del cacciatore
nella gestione della fauna, in armonia con le esigenze espresse
in particolar modo dagli imprenditori agricoli con i quali
è necessario cooperare per un reale miglioramento ambientale
volto alla riproduzione naturale della selvaggina e per un
razionale e proficuo sfruttamento del territorio finalizzato
a questi scopi.
Una
seria politica venatoria non può dunque prescindere dal rispetto
delle tradizioni saldamente radicate nella cultura e nell’identità
delle popolazioni locali, nonché dalla valorizzazione delle
attività economiche legate all’arte della caccia.
In
questo contesto occorre, pertanto, promuovere una seria ed
efficace riforma della legge quadro n. 157 del 1992, rivolta
principalmente ad aumentare il grado di responsabilizzazione
di Regioni e Provincie in particolar modo nella stesura dell’elenco
delle specie cacciabili (comprese quelle cosiddette “in deroga”)
e del calendario venatorio, il cui unico riferimento dovrà
essere la legislazione comunitaria in materia di salvaguardia
del patrimonio faunistico.
Allo
scopo di concedere alle Regioni e agli enti locali maggiori
competenze, agiremo quindi anche sul versante fiscale, trasferendo
sul territorio i proventi delle tasse di concessione governativa,
i quali saranno vincolati esclusivamente per opere di riqualificazione
agro-silvo-venatoria. Questo cambiamento di impostazione del
settore imporrà anche una profonda revisione degli attuali
Ambiti Territoriali di Caccia, per ciò che concerne sia la
perimetrazione sia gli strumenti di gestione.
Pesca
e acquacoltura
Le
attività di prelievo delle risorse ittiche vivono, negli ultimi
anni, una profonda crisi legata principalmente all’arretratezza
dei sistemi di pesca, nonché alla debolezza delle strutture
di commercializzazione del prodotto. Sebbene i consumi continuino
a segnare un andamento positivo, il fatturato delle imprese
di pesca appare stagnante se non addirittura in flessione,
complice anche il massiccio ricorso all’importazione di prodotto
estero, spesso carente sia dal punto di vista qualitativo
che igienico-sanitario.
La
promozione del pescato locale, unita ad idonee politiche miranti
a favorire le attività di commercializzazione, appare dunque
un elemento fondamentale per la tutela dei consumatori, per
cui è necessario agire con nuove politiche ittiche che coinvolgano
maggiormente le diverse realtà territoriali, ognuna con le
proprie peculiarità e tradizioni.
In
quest’ottica agiremo affinchè vi sia un reale miglioramento
degli strumenti di pesca, a cui andranno affiancate mirate
politiche occupazionali atte a snellire la burocrazia e a
favorire l’accesso nel mondo del lavoro ittico. Inoltre, agiremo
nelle sedi internazionali preposte con l’obiettivo primario
di favorire le attività di pesca nei nostri mari, importanti
fonti di ricchezza di molte regioni.
Per
ciò che concerne l'acquacoltura, intesa come l’insieme delle
attività umane finalizzate alla produzione di organismi acquatici
realizzate in acque marine, dolci e salmastre, è importante
notare come negli ultimi anni queste pratiche abbiano acquisito
un ruolo sempre maggiore nella produzione ittica, per cui
oggi si può sostenere che tali attività costituiscano un valido
supporto alla pesca nel soddisfacimento della crescente richiesta
di mercato, contribuendo ad alleviare la condizione tuttora
deficitaria della nostra bilancia alimentare in materia di
prodotti ittici. Per questo motivo il nostro impegno sarà
principalmente rivolto alla valorizzazione dei prodotti di
allevamento, attraverso idonee politiche di promozione e di
certificazione delle varie produzioni regionali e locali.
Pesca
e acquacoltura, quindi, si devono considerare come un binomio
oramai inscindibile da applicare alla valorizzazione e incentivazione
delle risorse sia in termini quantitativi che qualitativi.
Appare pertanto indispensabile, per salvaguardare la qualità
dei prodotti e la conservazione delle ricchezze naturali,
promuovere idonee politiche miranti alla custodia dell'ambiente
in cui le due attività si sviluppano, sia esso marino che
fluviale, a cominciare da una seria azione di tutela delle
acque dall’inquinamento ambientale.
On.
Giampaolo Dozzo
Responsabile Agricoltura e Alimentazione
Segreteria Politica Federale
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