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Il Popolo Ladino

Union Generela di Ladins dles Dolomites


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I LADINI DAL 1946 AL 1996: L’ASPIRAZIONE ALL’UNITÀ


Antefatti. L´iniqua tripartizione

I Ladini delle Dolomiti, cioè gli abitanti originari delle cinque valli di Gardena, Badia con Marebbe, Fassa con Moena, Livinallongo con Colle Santa Lucia, e di Ampezzo con Cortina, tutte facenti parte dell’Austria fino al 1918, si consideravano da secoli un piccolo popolo a sé stante.
Al dilagare del nazionalismo la Union di Ladins, fondata ad Innsbruck nel 1905, nel suo statuto si propose come scopo la unificazione anche politica ed amministrativa dei Ladini, poiché essi formavano nel Tirolo un gruppo etnico e linguistico distinto da quello italiano e tedesco.
Nel calendario ladino del 1912 troviamo l´affermazione: "Gherdeina, Fascians, Badioc, Fedomes y Ampezans tucon adum ... y gà ch´on una rujneda, messons neus Ladins tenì adum; po pudons nce pertender d´unì cumpedèi psunder tel Tirol ... Tenion no cui taliani, no dai tudesc y deguni ne pudarà nes to la rejon de vester neus na nazion per sé" (Noi delle valli Gardena, Fassa, Badia, Livinallongo ed Ampezzo formiamo un’unità ... siccome parliamo la stessa lingua, dobbiamo sentirci uniti, così possiamo anche esigere di essere trattati distintamente nel Tirolo ... Se non ci associamo né ai tedeschi né agli italiani, nessuno può prenderci il diritto di formare una nazione a sé stante).
Nel trattato di pace con cui il Sudtirolo fu annesso all’Italia, i Ladini non vennero neppure nominati, ma rimasero per intanto tutti nella regione Trentino. A Cortina un "circolo patriottico" propose il passaggio del paese alla provincia di Belluno; allora il Consiglio Comunale chiese con delibera del 29 ottobre 1919 che Ampezzo restasse unita al Sudtirolo (19 consiglieri favorevoli su 20; la delibera fu ribadita il 17 novembre e poi il 12 aprile ed il 2 giugno 1920). Analoghe delibere furono fatte anche da tutti i Comuni delle cinque valli.
Il 5 maggio 1920 si radunarono al Passo Gardena rappresentanti delle cinque valli ladine dell’ex Tirolo per protestare contro il diniego dell’autodecisione e chiedere il riconoscimento di gruppo etnico distinto; apparve la bandiera ladina a strisce orizzontali in celeste, bianco, verde.
Dapprima sembrava che il governo volesse ascoltare le loro richieste; nel censimento del 1° dicembre 1921 gli abitanti poterono dichiararsi ladini. Ma poco dopo presero il potere i fascisti (marcia su Roma: 28 ottobre 1922) ed uno dei loro primi provvedimenti fu quello del 21 gennaio 1923 col quale staccarono i Comuni di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia dal Sudtirolo per aggregarli alla provincia di Belluno, col chiaro scopo di italianizzarli più facilmente, ed a nulla valsero tutte le proteste della popolazione.
Nel gennaio del 1927 fu creata la provincia di Bolzano, ma i Fassani furono assegnati alla provincia di Trento. In tal modo la dittatura fascista impose iniquamente lo smembramento del popolo ladino in tre monconi; tragico é il fatto che la tripartizione permane tuttora, che il governo italiano non ha mai riparato a tale ingiustizia.
I Ladini tuttavia non si lasciarono snazionalizzare, cosicché nel 1939 non solo gli abitanti di Gardena e Badia, ma pure quelli di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia furono dichiarati "alloglotti ed alleògeni", cioè di lingua ed etnia diversa da quella italiana.
Lo spettro della deportazione, che sarebbe equivalsa al genocidio, si dileguò nel settembre del 1943, quando i germanici invasero l´Italia e riunirono i Comuni di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia alla provincia di Bolzano, con soddisfazione degli abitanti.
Ma all’arrivo delle truppe americane nel maggio 1945 i Comitati di Liberazione Nazionale convinsero gli Alleati ad annullare il provvedimento dei germanici ed a ripristinare la situazione d´anteguerra. A nulla valsero le petizioni, i memorandum, le grandi e numerose manifestazioni popolari, le raccolte di firme sia dei Ladini tornati sotto Belluno sia dei Fassani, che pure chiedevano di passare con Bolzano.


L´entusiasmo del 1946

Finita la dittatura nazifascista, anche i Ladini erano fiduciosi; speravano di seguire il destino dei sudtirolesi, che avevano aderito subito compatti alla Volkspartei, tornando sotto l´Austria; o supponevano che l’Italia democratica avrebbe almeno rimediato all’iniqua tripartizione e sentito le loro ragioni, garantendo loro una vasta autonomia.


Sembra non avere fine il corteo dei manifestanti

Già nel 1945 era nata a Cortina la Unione Popolare Ampezzana ed a Merano la Union Culturela di Ladins del Prof. Max Tosi; il 12 maggio Guido Iori Rocia di Penía distribuì in tutta Fassa ed anche nelle altre valli volantini bilingui su cui si leggeva fra l´altro: "Siamo cinque meravigliose vallate ... abbiamo delle enormi possibilità di sviluppo ... Riuniamoci, Ladini, in un unico gruppo! (più chiaro il testo tedesco: Bilden wir einen kleinen ladinischen Bundeskanton!) L´unione fa la forza; uniti potremo chiedere una nostra libera amministrazione ..." e fondò la Lega Ladina Indipendente delle Dolomiti.
Dalla fusione della Lega di Iori con la Unione Ampezzana nacque il 15 giugno 1946 al Passo Gardena il movimento politico "Zent Ladina Dolomites" strettamente legato alla Volkspartei. Il comitato direttivo, in cui predominavano gli Ampezzani ed i Fassani, chiedeva al governo fra l´altro il ricongiungimento delle valli separate con la provincia di Bolzano, il riconoscimento ufficiale del terzo gruppo etnico, parificazione della lingua ladina a quella italiana e tedesca, l´insegnamento del ladino negli asili e nelle scuole, amministrazione autonoma, una propria pretura ambulante, il ripristino della toponomastica, rappresentanza nel governo regionale ed al parlamento, ecc. Nel proclama del 18 giugno 1946 Guido Jori proponeva fra l’altro "un organismo autonomo retto ed amministrato da noi Ladini", cioè praticamente, come poi precisò in seguito, una specie di provincia ladina autonoma.
Il movimento ebbe subito un grande successo; le adesioni giunsero a migliaia ed appena un mese dopo la fondazione si ebbe una splendida prova della rinata coscienza ladina. Il 14 luglio 1946 oltre 3000 Ladini di tutte le valli, in gran parte nei loro bei costumi tradizionali, si radunarono al Passo Sella con bande e bandiere per una storica manifestazione, traboccante di entusiasmo.
Dopo la messa, nei discorsi del presidente dott. Sisto Ghedina di Cortina e del vicepresidente Guido Jori Rocia di Penía e nel comunicato si chiedeva:

1. riconoscimento ufficiale come Gruppo Etnico Ladino delle Dolomiti;

2. riunione dei Ladini sotto Belluno e Trento nella provincia di Bolzano;

3. circoscrizione elettorale ladina;

4. amministrazione ladina;

5. riconoscimento ufficiale della lingua ladina;

6. asili, scuole, libri e giornali ladini;

7. rispetto dei costumi, delle tradizioni, delle feste;

8. una pretura circolante ladina;

9. un ente turistico ladino, un consorzio per il commercio;

10. protezione della migrazione ladina;

11. trasmissioni radio ladine;

12. ripristino delle toponomastica ladina.

I partecipanti tornarono a casa pieni di fiducia e di buone speranze. Il giorno seguente Guido Jori invió un telegramma al Presidente del Consiglio De Gasperi ripetendo le 12 richieste appena viste "di oltre 3000 Ladini convenuti al Passo Sella ... sollecitando caldamente referendum per Ampezzo, Livinallongo, Fassa e Ladini di Fiemme, che vogliono unirsi alle vallate di Badia e Gardena sotto la provincia di Bolzano. Il nostro movimento non ha alcun carattere separatista o tendenze austriacanti, ma vuole unicamente riunire tutti i Ladini delle Dolomiti ... e tutelarne la lingua, la cultura, le tradizioni, gli interessi".
Per maggior sicurezza la Zent Ladina inviò il 18 luglio un memorandum anche alla Conferenza della Pace a Parigi; i capi ampezzani, appoggiati dal compaesano dott. Luigi Pompanin vicario generale del vescovo di Bressanone, ebbero contatti con Roma, Parigi, Vienna, Innsbruck, Bolzano, prodigandosi per ottenere assicurazioni e promesse che facevano ben sperare.


Il disinganno del 1947 e 1948

Ma il governo italiano purtroppo si dimostrò non meno dispotico di quello fascista e deluse le giuste aspettative dei Ladini. Il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi non rispose neppure al telegramma di Jori: per lui i Ladini erano italiani e basta (come aveva affermato a Roma nel discorso alla Consulta Nazionale il 21 gennaio 1946) e la Zent Ladina era composta di "austriacanti".
A tal riguardo non aveva tutti i torti; Jori, come si deduce dal telegramma, non aveva tali tendenze; ma i capi ampezzani (con mons. Pompanin) vagheggiavano effettivamente un ritorno all’Austria insieme ai Sudtirolesi.
Sembra che l´esclusione dei Ladini rimasti sotto Belluno dal territorio del Sudtirolo sia stata per De Gasperi la "conditio sine qua non" per la concessione dell’autonomia e che minacciasse di troncare ogni trattativa, se l´Austria non avesse ceduto su questo punto.
Come mai i politici erano (e sono tuttora) così ferocemente contrari alla riunificazione dei Ladini sotto Bolzano? La risposta la fecero capire i ministri De Gasperi e Taviani e l´ambasciatore Carandini e la espresse chiaramente il Comitato di Liberazione Nazionale di Cortina: i Sudtirolesi non abbandoneranno mai la tendenza a tornare con l´Austria; facendo un passo dopo l´altro, probabilmente col tempo ci riusciranno. Quindi é importante che Ampezzo (e Fassa) non facciano parte della provincia di Bolzano; così le perle delle Dolomiti (vacche grasse del turismo) rimarranno in ogni caso sotto l´Italia.
Nell’accordo di Parigi del 5 settembre 1946 i Ladini non vennero neppure nominati e ciò costituì davvero un affronto ed una grave ingiustizia per il terzo gruppo etnico e linguistico, dato che il trattato doveva tutelare tutte "le minoranze".
Benché amareggiati e demoralizzati, i Ladini non si rassegnarono e fecero di tutto per essere riconosciuti e tutelati dallo Statuto di Autonomia e farvi includere anche le valli separate. Iniziò un carosello su cui qui non voglio dilungarmi; basti dire che i progetti e controprogetti elaborati furono almeno una dozzina! In quasi tutti si teneva conto, ove più ove meno, anche dei Ladini.
Alla fine De Gasperi, per troncare ogni discussione (democratica), nominò la "Commissione dei Sette" dalla quale erano esclusi tanto i Sudtirolesi quanto i trentini. Essa compilò uno statuto che in regione ebbe un generale giudizio negativo, ma tuttavia fu approvato dalla Assemblea Costituente il 31 gennaio 1948, bocciando la proposta dell’onorevole Carbonari che richiamava alla necessità di indire un referendum per la riannessione a Bolzano dei Comuni sotto Belluno, e fu imposto dal governo centrale.
Nel frattempo la Zent Ladina, che in breve aveva raggiunto i 10.000 iscritti, si era adoperata per un anno intero per ottenere appoggi e riconoscimenti. Ma perduta ogni speranza di riunione all’Austria (il 24 giugno 1946 gli Alleati avevano respinto ogni cambiamento del confine Nord perché l´Austria non era con la NATO) e di ogni prospettiva di riunione alla provincia di Bolzano per l´ostinato ostruzionismo della Democrazia Cristiana, i capi, che "ebbero rogne a non finire", minacce, perquisizioni domiciliari ecc., purtroppo ritennero inutile proseguire l´impari lotta e sciolsero il promettente movimento politico ladino il 16 novembre 1947, anche per le divergenze di opinioni fra gli Ampezzani e Jori e la mancata adesione di Gardenesi e Badioti, che temevano di compromettere la loro posizione privilegiata.
Constatata l´impossibilità di tornare con Bolzano, la Giunta Comunale di Cortina in data 19 luglio e 28 novembre 1947 e poi di nuovo i Comuni di Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia il 13 gennaio 1948 chiesero di essere annessi alla provincia di Trento, per poter far parte della Regione Autonoma, "per la difesa del loro carattere ladino, cancellando il provvedimento che fascisticamente li aveva aggregati alla provincia di Belluno".
Il primo gennaio 1948 era entrata in vigore la nuova Costituzione Italiana, che all’articolo 3 garantiva l´uguaglianza di tutti i cittadini ed all’articolo 6 imponeva la tutela delle minoranze linguistiche. Ma Roma, invece che mettere in pratica i due articoli, restò irremovibile e non concesse ai Ladini separati neppure il passaggio a Trento, sancendo ancora una volta la funesta tripartizione!
Il primo Statuto di autonomia, legge costituzionale del 26 gennaio 1948, fu uno schiaffo per i Ladini. Vi erano nominati nel solo articolo 87 che garantiva l’insegnamento del ladino nelle scuole elementari; in provincia di Trento non venne applicato nemmeno quello; un vero disastro.
Sciolta la Zent Ladina, cominciò pure il deleterio spezzettamento dei Ladini fra i vari partiti, a tutto danno della coscienza nazionale e dell’unità del piccolo popolo.


Dal primo al secondo statuto di autonomia

Nella commissione che elaborava le norme di attuazione del primo statuto di autonomia i membri italiani Facchin, Dolzani, Tomasi e Menestrina proposero addirittura di scrivere che i Ladini facevano parte del gruppo linguistico italiano;


Il dott. Sisto Ghedina d'Ampezzo elenca le richieste del popolo ladino

per le vibrate proteste dei tre membri tedeschi Raffeiner, Von Breitenberg e Ferrari e le forti critiche del "Dolomiten", finalmente l´articolo 69 delle norme di attuazione (entrate in vigore con decreto del 30 giugno 1951) suonava: "I gruppi linguistici della provincia di Bolzano considerati nello statuto sono l’italiano, il ladino ed il tedesco".
Ma quel "Bolzano" escludeva nuovamente i Ladini sotto Trento e sotto Belluno dalle già misere norme di tutela e sanciva la tripartizione.
Per ovviare alla mancata riunificazione amministrativa delle cinque valli, si cercó allora di potenziare la volontaria "Union Generela di Ladins dla Dolomites", sviluppatasi stentatamente dalla Union Culturela di Merano. Vi aderirono soprattutto intellettuali ed idealisti, che si dedicarono allo studio ed all’arricchimento della lingua e cultura ladina, favorendo la coesione fra le cinque valli.
La Generela impersonò l´idea ladina e non cessò mai di tenere all’unità del piccolo popolo; non le riuscì però di raccogliere attorno a sé l´intera popolazione e di imporsi nella vita pubblica, perché all’inizio si sospettò che fosse appoggiata dai partiti italiani. Tuttavia la Generela acquistò grandi ed indiscussi meriti, essendo l´unica associazione culturale comprendente e rappresentante tutti i Ladini, l´unico anello di congiunzione fra i fratelli riconosciuti e quelli separati.
I promemoria mandati a Roma dalla Generela rimasero senza effetto; tuttavia le sue realizzazioni furono notevoli; cito qui per brevità solo la costruzione della "Cesa di Ladins" di Ortisei, inaugurata nel 1954, e (fino al 1972) ben sei congressi interladini a cui parteciparono e Retoromanci del Cantone dei Grigioni in Svizzera ed i Friulani.
Il sostegno morale dei "parenti ladini" ed il proficuo scambio di idee diede notevole impulso alle iniziative della Generela, che organizzò pure (fino al 1969) sei "giornate culturali" aperte naturalmente a tutte le valli.
Le Olimpiadi Invernali del 1956 realizzate a Cortina furono deleterie per la ladinità di Ampezzo a causa dell’afflusso esagerato di immigrati, dell’abbandono delle attività agricole, della "svendita del territorio"; da allora gli Ampezzani originari (ladini) si sono visti ridotti ad una minoranza (40%) nel loro stesso paese!
Livinallongo e Colle Santa Lucia facevano parte della diocesi di Bressanone da un millennio; perciò fu un fulmine a ciel sereno la (non necessaria) cessione delle loro parrocchie, insieme a quella di Ampezzo, alla diocesi di Belluno nel 1964. La popolazione era costernata per aver perso l´ultimo legame col Sudtirolo; ora i Ladini, già smembrati in tre province, erano divisi anche ecclesiasticamente, facendo parte di tre diocesi diverse (Fassa con Trento, Badia e Gardena sotto Bressanone). Per tutta risposta sia Livinallongo (con due delibere del Comune) sia Ampezzo chiesero ancora una volta di poter tornare con il Sudtirolo (1964).
Il 27 giugno 1956 Guido Jori fondó a Canazei il Movimento Politico Ladino; nel programma, insieme alle solite richieste, si leggeva: "Riunire le cinque valli in una Provincia Autonoma Ladina delle Dolomiti" e nel commento: "Riuniti in una Provincia propria, i Ladini avranno ancora probabilità di sopravvivere e di conservare lingua, cultura, tradizioni, consuetudini e folclore; divisi, sono destinati alla lenta e graduale estinzione".
Qui é doveroso rendere omaggio a Guido Jori (morto nel 1987), che dedicò tutta la sua vita e tutte le sue energie alla causa ladina; per ben 27 anni stampò "Il Postiglione" per informare il pubblico e per scuotere dal torpore i suoi conterranei con articoli dai titoli drammatici (Il calvario dei Ladini, Tragedia ladina, Il Genocidio dei Ladini, ecc.). Per il suo carattere irruente e polemico fu un personaggio scomodo e discusso, ma aveva le idee chiare sul fine da raggiungere con ogni mezzo: l’unità e l´autonomia dei Ladini. Nel 1972 pubblicò la "Protesta del popolo ladino delle Dolomiti" denunciando le discriminazioni ed il "colonialismo" subiti dai Ladini, ma senza ottenere nulla. La figura di Jori impersona la tragedia ladina.
In seguito alle pressioni internazionali (ricorso dell’Austria all’ONU), agli attentati dinamitardi del 1960/61, alle manifestazioni, ma anche grazie alla compattezza del gruppo tedesco, nel 1972 si giunse finalmente al secondo Statuto di Autonomia.
Se ogni valle sudtirolese avesse agito separatamente, se per esempio i Pusteresi avessero respinto come non DOC gli abitanti della Bassa Atesina o preteso il riconoscimento dei dialetti, se i tedeschi fossero stati frazionati in molte tendenze o si fossero affidati a partiti "esterni", probabilmente non avrebbero ottenuto granché. Ma mettendo da parte le divergenze e raccogliendosi tutti in un unico partito proprio, si fecero valere.
Se i Ladini avessero seguito il loro esempio, non sarebbero rimasti ignorati. Ma senza appoggi internazionali, senza un proprio partito, senza una guida prestigiosa, aspettando la pappa fatta ecc., sprecarono quella occasione.
Il "Pacchetto" migliorava decisamente la situazione dei Gardenesi e dei Badioti, rientranti per ragioni geografiche entro la provincia di Bolzano, ma confermava l´iniqua tripartizione; fra i Ladini esclusi dalla tutela serpeggiarono indignazione, frustrazione, sensazione di tradimento.


Altri tentativi dei "fratelli separati"

Di fronte al sopruso del diverso trattamento nella medesima regione, nel 1972 i Fassani insorsero compatti; tutti i Comuni deliberarono il "Los von Trient" ed il passaggio alla provincia di Bolzano, per ottenere i vantaggi del "Pacchetto".
Nonostante questo plebiscito, accolto con giubilo dall’intera popolazione, nel Consiglio Regionale i trentini la spuntarono ancora una volta perché l´atteggiamento della Volkspartei fu ambiguo; essa voleva evitare un conflitto con la DC ed evitare in provincia di Bolzano un aumento della popolazione ladina, che avrebbe fatto diminuire, quantunque di ben poco, la schiacciante superiorità del gruppo tedesco.
Guido Jori parló di un presunto "patto segreto Odorizzi - Von Guggenberg" mediante il quale SVP e DC si sarebbero spartita la regione e imputò la sconfitta anche al fatto che i Fassani votavano in maggioranza DC.


Ben visibili i relatori sul tetto del Ristorante del Rifugio della Sella

Allora il primo ottobre 1973 si costituì in Fassa il "Grup Pulitich Ladin", che prese contatti con le altre valli trovando aderenti specialmente in Val Badia (dott. Lois Craffonara) ed a Livinallongo (Pietro Gabrielli).
Ma "i due partiti che detenevano il potere in regione temevano il risveglio di una coscienza nazionale ladina ... tendente ad una progressiva affrancazione, che avrebbe potuto significare una riduzione del loro influsso politico in Badia, Gardena e Fassa ... né la DC veneta intendeva rinunciare ai suoi vasti interessi a Livinallongo e Cortina".
Quindi i partiti impiegarono tutto il loro strapotere per soffocare il nuovo movimento politico ladino, che poté presentarsi alle elezioni del novembre 1973 solo in Val di Fassa, raccogliendo circa un quarto dei voti.
In seguito a quella affermazione la DC trentina dovette concedere (nel 1977) il "Comprensorio Ladino Fassa-Moena". Fu un bel successo, completato dalla legge provinciale del 29 luglio 1976 che stabilisce: "I Comuni della provincia di Trento in cui si parla il ladino sono: Campitello, Canazei, Mazzin, Moena, Pozza, Soraga e Vigo di Fassa".
Questo é un riconoscimento del principio fondamentale della territorialità, che andrebbe fatto anche per tutti i Comuni ladini, onde evitare l’inforestamento e l´assorbimento da parte dei gruppi maggioritari.
Anche il Comune di Livinallongo chiese nuovamente nel 1973 e poi nel 1974 il passaggio a Bolzano, nel congresso tenuto ivi dalla AIDLCM (Associazione Internazionale per la Difesa delle Lingue e Culture Minacciate) che aveva rilevato la situazione tragica dei Ladini in quella valle.
La Union Generela partecipò ai congressi della AIDLCM di Alghero in Sardegna, di Bressanone, di Chatillon in Val d´Aosta, di Sappada, di Roma e si rivolse anche al FUEV (Föderalistische Union Europäischer Volksgruppen); ma ambedue le associazioni non hanno purtroppo peso politico sufficiente per poter far promulgare nuove leggi di tutela efficace dai vari governi centralistici, che continuano ad ignorare i Ladini, una "entità trascurabile" di nemmeno 50.000 abitanti.
I nuovi Istituti Culturali Ladini (a Vigo di Fassa per la provincia di Trento, 1975 ed a San Martino in Badia per la provincia di Bolzano, 1976) hanno sempre tenuto conto nella loro meritevole attività e nelle loro pubblicazioni di tutte le cinque valli; a Vigo si tenne già nel 1976 un importante Convegno Interdisciplinare su "L’entità ladina dolomitica" che naturalmente auspicò la riunificazione; Renzo Gubert propose quale primo passo "qualche forma di unità amministrativa di tutta l´area ladina ... un comprensorio interregionale ladino"; l´idea restò senza seguito.
Nel 1979 ebbe luogo a Moena un incontro-dibattito sulle "Prospettive per l´unificazione delle valli ladine", interessantissimo specialmente per la relazione del noto giurista Prof. Alessandro Pizzorusso.
L´ideale sarebbe evidentemente la costituzione di una entità territoriale autonoma ladina; "anche se al momento essa sembra un’utopia, resta un obiettivo ideale, un programma su cui dovrà basarsi la sopravvivenza del piccolo popolo".
Rilevate le grosse difficoltà che le leggi vigenti oppongono al mutamento dei confini provinciali, Pizzorusso propose due ipotesi più realistiche per avviare la riunificazione: una associazione fra i Comuni o un comprensorio linguistico interprovinciale.
Tutte queste belle idee rimasero come al solito sulla carta sia per l´ostruzionismo della politica sia per la purtroppo aumentata diffidenza e disunione fra i Ladini stessi.
Il Prof. Belardi spiega che "la Ladinia é stata da secoli oggetto di mire politiche espansionistiche o comunque di potere", che sono in ballo grossi interessi politico-economici, che esistono "pressioni pesanti che mirano a conservare spartizione e lottizzazione del potere".
Per altri ancora "la necessità di ottenere licenze, finanziamenti e contributi induce molti a legarsi con ambienti economici e politici estranei, a forze di sottogoverno che favoriscono intenzionalmente la divisione fra le valli ladine e la loro snazionalizzazione".


Gli sviluppi più recenti

Nel 1975 uscì il libro di Sergio Salvi "Le lingue tagliate", che definisce la tripartizione della piccola Ladinia "una pagina molto oscura della democrazia italiana ... testimonia la scarsa lealtà del nuovo Stato italiano verso i suoi cittadini"
L´anno seguente apparve il libro di Gianpaolo Sabbatini "I Ladini. Come é nato e come si estingue un popolo", il cui titolo parla chiaro, che riproponeva la provincia ladina; ma come al solito i politici ignorarono imperterriti i due volumi.
Nel 1978 fu fondata la "Comunanza ladina a Bulsan", associazione culturale che raccoglie tutti i Ladini delle cinque valli e tiene la porta aperta anche a Friulani e Nonesi, per aiutarli a mantenere la propria identità. L´esperienza di Bolzano dimostra che tutti i Ladini si capiscono senza gran difficoltà fra di loro e sentono l´esigenza dell’unità.
Nel 1980 la Comunanza organizzò un congresso interladino, che tornò a chiedere la parità di diritti civili e politici per tutti i Ladini.
Nel 1981 un documento della Union Generela giunse fino al Parlamento Europeo ed al Presidente della Repubblica e fu letto alla Camera dei Deputati: vi si denunciava il reale pericolo di estinzione della lingua e cultura ladina; ma tutto restò invariato.
Nel 1983 i Fassani tornarono a riesumare il loro movimento politico, dandogli il nome di "Unione Autonomista Ladina", aperta anche alle altre valli, il cui dinamico presidente dott. Ezio Anesi, eletto al Consiglio provinciale di Trento e nel 1992 al Senato a Roma, avrebbe potuto far molto per i Ladini, se la sua vita non fosse stata stroncata prematuramente (1993).
Una delle sfortune dei Ladini é stata sempre quella di non aver avuto un capo carismatico, una guida riconosciuta da tutte le valli ed influente a livello superprovinciale e nazionale, capace di prendere in mano saldamente le redini del piccolo popolo.
Un comitato interprovinciale promosso da Anesi si arenò sul nascere e perciò non combinò nulla. Anche alcune riunioni dei sindaci dei Comuni ladini, promosse recentemente dal sindaco di La Valle, non hanno dato finora i frutti sperati.
Nel 1984 si tenne a Cortina una giornata culturale sulla riunificazione delle cinque valli; ma nemmeno l´appassionato appello del Prof. Richebuono ottenne risultati pratici. I suoi numerosi articoli (dal 1982 al 1992) sul quotidiano "Dolomiten" e le sue relazioni (anche in presenza del dott. Magnago) per far capire la tragica situazione dei Ladini sotto Belluno, non ebbero nessuna eco.
Il 1985, dichiarato "Anno dei Ladini", vide numerose manifestazioni culturali e folcloristiche, ma ottenne ben poco di concreto; le molte promesse rimasero come al solito sulla carta e passarono presto nel dimenticatoio dei politici; l´unificazione non registrò nessun progresso.
Nel 1988 iniziarono studi concreti (incarico dei due Istituti Culturali al Prof. Heinrich Schmid di Zurigo, ideatore del Rumantsch Grischun) per la creazione di una lingua unificata, da usare solo per iscritto nei documenti pubblici (leggi, comunicati, etichette, istruzioni per l´uso, pubblicità, ecc.) per evitare la loro stesura in varianti assai simili (una o più per ogni valle).
L´iniziativa, indispensabile per un popolo dell’era attuale e che favorisce la crescita della coscienza dell’unità linguistico-culturale dei Ladini, incontrò l´ostilità sia dei politici sia di parecchi ladini stessi, disinformati sulle effettive finalità del progetto.
Preoccupati per il degrado progressivo della loro lingua ed identità, gli Ampezzani tornarono nel 1991 a ventilare l´idea di indire un referendum per ottenere il passaggio al Sudtirolo, suscitando un vespaio e le ire della Regione Veneto.
In conseguenza della proposta ampezzana si fece un sondaggio d´opinione a Livinallongo, per vedere se i "Fodomi" erano favorevoli o no alla estensione del referendum alla loro valle. La fretta, la mancanza di adeguata informazione sullo scopo, lo sconcerto di molti che credevano di dover subito decidere se cambiare provincia o no, la strumentalizzazione da parte della stampa, l´o stilitá di parte del clero causò il 54% di risposte negative.
Per ovviarvi si tenne in forma privata un secondo sondaggio d´opinione, molto articolato (14 quesiti), alla fine del 1993. L´elaborazione dei dati ha rivelato fra l´altro che il giudizio sulla Regione Veneto e sullo Stato é negativo; che l´insoddisfazione attuale é generale; si vuole un cambiamento ed una forma di autonomia che tuteli l´identità ladina della valle. Circa il 23% degli abitanti vorrebbe una provincia autonoma ladina; il 15% il passaggio alla provincia di Bolzano; il 17% una provincia autonoma bellunese; il 40% che la Regione Veneto riconosca i Ladini e le loro esigenze.
Forse i "Fodomi" hanno ritenuto inutile bussare ancora alla porta di Bolzano, sbattuta loro in faccia già molte volte; forse hanno capito che sia sotto Belluno sia sotto Bolzano la musica essenzialmente non cambia: in ambedue le province i Ladini non sono padroni in casa propria, ma alla mercé del gruppo maggioritario, e restano una esigua minoranza discriminata.
Alle elezioni del Sudtirolo del 1993 si presentò coraggiosamente la lista indipendente "Ladins"; benché fortemente osteggiata dai partiti dominanti, essa riuscì a far eleggere un proprio rappresentante nel Consiglio Provinciale. Ma le iniziative del dott. Carlo Willeit sono state spesso boicottate dai partiti maggioritari che, per i problemi dei Ladini, eludono talvolta la mediazione del dott. Willeit rivolgendosi direttamente ai sindaci di Gardena e Badia.
Nel 1994, alla presentazione del libro "Guido Jori de Rocia e la grande utopia della unità ladina" il Prof. Calí di Trento ha proposto quale soluzione alternativa la creazione di una Regione Dolomitica autonoma che comprenda le tre province di Trento, Bolzano e Belluno.
Conclusioni

Lo Stato italiano non ha mai applicato per i Ladini l´articolo 6 della Costituzione ("La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche").


Rapita dai discorsi la folla riflette

Mentre nel 1523 Carlo V ingiungeva al suo rappresentante "di non aggravare e di non opprimere i nostri sudditi di Ampezzo, ma di lasciarli nelle loro libertà e buone e vecchie consuetudini e tradizioni", lo Stato italiano 450 anni dopo non riconosce e non tutela ancora i Ladini di Ampezzo, Livinallongo, Colle Santa Lucia.
I Ladini non hanno nessuno Stato che li sostenga, nessuna "Schutzmacht" (potenza garante) a cui rivolgersi; non hanno un partito ladino unico e quindi non possono fare politica in proprio; non hanno nessuno che curi la Ladinia nella sua globalità.
Nel 1989 é caduto persino il muro di Berlino, ma il muro che separa i Ladini no; essi sono tuttora smembrati in due regioni, in tre province, in tre diocesi.
Per di più sono trattati in maniera diversa ed abbiamo quindi ora Ladini di serie A discretamente tutelati (Gardenesi e Badioti), Ladini di serie B con minori diritti (Fassani) e Ladini di serie C, privi di qualsiasi tutela (Ampezzani, Fodomi, Collesi), distinzione discriminante ed offensiva.
Inoltre i Ladini sono frazionati in molti partiti "foresti" e si trovano in umiliante dipendenza dalle elemosine elargite dalle province.
In proposito il Prof. Belardi fa notare che i governi provinciali concedono ai Ladini sovvenzioni per attività "di carattere culturale-formativo"; tale disposizione legislativa "consente ai Ladini di parlare e scrivere, purché essi non pensino e non scrivano su argomenti politici ... Questa é una forma superstite di schiavitù mentale, un contratto-capestro ... In tal modo la Ladinia deve sottomettersi alla ideologia di partiti maggioritari allocentrici, nella cui finalità politica non si collocano certo le sorti della Ladinia".
Le ripetute delibere dei Comuni, i memorandum, le continue richieste di referendum ecc. non hanno ottenuto nulla; "negli ultimi 50 anni il processo di disintegrazione della Ladinia é andato avanti"; la forza centrifuga sembra prendere il sopravvento sulla forza centripeta.
Alla benemerita "Generela" mancano i fondi necessari per lanciare iniziative prestigiose.
Gardenesi e Badioti non sono più bravi o più ladini degli altri; si sono rafforzati notevolmente, perché per loro fortuna beneficiano dal 1972 dei vantaggi del "pacchetto".
E´ molto triste constatare che alcuni di loro, egoisticamente contenti della loro situazione privilegiata, sono contrari all’ingresso dei fratelli separati in un’entità comune e presuntuosamente non li ritengono ormai più ladini DOC.
I massmedia sommergono gli adulti e specialmente i bambini ed i giovani ladini con pubblicazioni in italiano ed in tedesco, con trasmissioni radiofoniche e televisive di ogni genere 24 ore su 24 in tedesco ed in italiano, mentre la RAI di Bolzano trasmette in ladino alla radio 45 minuti al giorno ed alla TV mezz’ora in settimana (!); l´unico giornale in ladino "La Usc di Ladins" esce settimanalmente ed ha una tiratura molto limitata.
Per avere libri di ogni genere (per scuola e per lettura) a buon prezzo, i Tedeschi e gli Italiani non devono fare altro che ordinarli, fra una scelta enorme; i Ladini devono compilarsi da soli i propri libri, con grande fatica e con spesa molto superiore per le poche copie necessarie.
I Ladini delle cinque valli sono al massimo 35.000; le presenze dei turisti di ogni nazionalità raggiungono annualmente quasi i nove milioni e costringono gli originari a parlare continuamente lingue "estere". La svendita del territorio e di seconde case ai "signori" ha assunto proporzioni preoccupanti.
L´indifferenza di fronte alla perdita di identità, l´avidità di denaro, la dissoluzione dei valori tradizionali, la perdita di interesse per i problemi della collettività ladina e cosi via fanno davvero esclamare: "Ci troviamo di fronte alla minaccia della estinzione della nostra lingua e cultura, alla perdita della nostra identità ladina" o, come dice il Prof. Belardi, ad un "suicidio culturale", e ciò a breve termine.
Ancora qualche anno senza cambiamento di rotta e poi il declino verso la snazionalizzazione diventerà irreversibile; Gardenesi e Badioti diventeranno sudtirolesi di lingua tedesca, i Fassani diventeranno trentini, i Ladini sotto Belluno diventeranno veneti, con grande soddisfazione dei politici, che avranno eliminato la seccatura di un terzo gruppo linguistico.
Il più antico popolo del Sudtirolo e delle Dolomiti sarà stato stritolato fra l´incudine ed il martello dei due strapotenti vicini, la lingua latina volgare delle Alpi, tramandata miracolosamente sino a noi per 2000 anni, sarà una curiosità del passato, menzionata in qualche libro di storia, ... se non avviene un cambiamento radicale di rotta all’ultimo momento.
Gardenesi e Badioti si illudono miseramente, se credono di poter restare Ladini da soli, senza quelli delle altre tre vallate.
Grazie alla migliore tutela avranno forse un´agonia più lunga; ma in circa 17.000, che già devono tutti imparare ed usare il tedesco e l´italiano, contro circa 300.000 tedeschi confinanti (solo in provincia), che prospettive hanno a lungo andare? Costituendo solo il quattro per cento della popolazione provinciale, continueranno a ricevere non più del quattro per cento delle attenzioni e delle elemosine del governo sudtirolese.
Assieme a pochi altri, il dott. Lois Trebo ha ripetutamente messo in guardia i Ladini del Sudtirolo dall’isolamento, dicendo chiaramente che da soli, separati dalle altre valli, non riusciranno a sopravvivere in quanto tali.
Queste tristi verità vanno dette; non per demoralizzare, ma per far capire a tutti la gravità della situazione e l´assoluta necessità di rimedi radicali.
Altrimenti i molti nemici diranno: se siete stati zitti e non vi siete ribellati, vuol dire che per voialtri va bene cosi. Perché non vi siete fatti sentire? Perché non avete informato il grande pubblico? Perché non vi siete dati da fare?
Goethe disse: "Né un singolo né un popolo deve mai convincersi che sia tutto finito. Alla perdita dei beni si può rimediare; le altre disgrazie sono lenite dal tempo. Solo un male é irreparabile: se un popolo si dà per vinto".
Calliari scrive: "Il giorno in cui i Ladini riconosceranno ineluttabile la tripartizione politico-amministrativa, avranno sottoscritto la loro fine come minoranza etnico-linguistica ... O la ladinitá é intervalliva, dolomitica, oppure é destinata a scomparire sotto l´incalzante pressione che viene esercitata dalla lingua e cultura italiana da una parte, e dalla lingua e cultura tedesca dall’altra."
Nessun ostacolo é insuperabile a chi veramente vuole; i sacrifici iniziali per liberarsi dall’eterna tutela verrebbero presto ricompensati. Io sono convinto che i Ladini non si daranno per vinti, che ritroveranno la fiducia in sé stessi, la solidarietà fra le valli, la forza di resistere alle tendenze disgregatrici, e sceglieranno la via giusta per un futuro migliore.


CINQUANT´ANNI DOPO: COSA RESTA DELL´IDENTITÀ LADINA?

Osserviamo le foto di allora: gente di tutte le vallate ladine nei loro costumi tradizionali, gente mossa da un forte sentimento unitario, convinta della propria identità, testimoni ed attori della Storia.
Noi che non apparteniamo alla generazione passata attraverso le terribili esperienze delle Guerre Mondiali e delle Opzioni le esaminiamo come ricordi di un tempo passato e quasi ci meravigliamo che in quegli anni terribili fosse possibile dimostrare al mondo tanta caparbia volontà di autoaffermazione, tanta coerenza ideale, virtù sempre più rara tra i Ladini dei nostri giorni, e non solo tra di loro ...
Certuni tendono ad esaltare i progressi fatti dal ladino in questi ultimi cinquant’anni, arrivando persino a postulare un "Rinascimento Ladino" in corso, ma la forte carica di quegli anni é purtroppo venuta scemando progressivamente, tanto che i Ladini si sono abituati a ricercare i piccoli vantaggi provenienti dai compromessi e dal quietismo elevato a regola di vita.
Tanti tra i ladini paiono contentarsi del relativo benessere economico nelle cinque valli (benessere che di per sé non é ancora garanzia di giustizia sociale), considerandolo quasi come compensazione per discriminazioni e le coartazioni dei loro diritti, non ultima la suddivisione in tre tronconi del loro territorio tradizionale, amministrati a loro volontà da centri non-ladini.
E coloro tra i Ladini che si rendono conto degli svantaggi provocati da questa situazione ben raramente vengono compresi dai loro concittadini, troppo presi dalle opportunità dell’economia turistica delle loro belle valli, in cui rischiano di trovarsi stranieri in terra loro.
I Ladini del 1946 avevano dunque più acuta la percezione del pericolo che sovrastava il destino del loro piccolo ed indifeso popolo; non si erano forse verificati episodi inconcepibili in cui, ispirati dalle ideologie totalitarie, gli abitanti di uno stesso comune, di una stessa famiglia, a volte, si erano ritrovati su fronti contrapposti?
Dopo la tempesta bellica era sorta un´alba radiosa di speranza nel segno di una pace che si credeva allora eterna e globale. Sappiamo trattarsi di una pia illusione, destinata a sfumare nel breve volgere di pochi anni, ma quel clima di rinascita spiega in buona misura come fosse allora possibile mobilitare tanta parte dei Ladini per una manifestazione che potesse esprimere tutta la voglia di affermazione democratica dei propri diritti fondamentali.
Attualmente é ben difficile che i Ladini, cresciuti nella divisione istituzionalizzata e sottoposti all’influenza incrociata dei media italiani e tedeschi, comprendano appieno il messaggio di quegli eventi.
Un timore profondo di impegnarsi in prima persona caratterizza questo momento storico, l’identità ladina viene demandata in misura crescente alla cura di professionisti della cultura e della politica. E questo pare coincidere con la logica di quelle forze che sono interessate a presentare l´immagine di un popolo ladino tutto preso dagli interessi materiali ed incapace di articolarsi autonomamente a difesa dei propri diritti fondamentali.
Ma ciò che dispiace di più é che anche tra i Ladini vi sia chi si lascia strumentalizzare per fini diametralmente opposti all’idealità ladina, contribuendo ad indebolire la credibilità della minoranza nel suo sforzo per vedere riconosciuti i propri sacrosanti diritti.
Si presenta ai nostri vicini l´immagine sconcertante di un gruppo linguistico diviso al suo interno, di una Ladinia senza progettualità comune.
Non ci si meravigli dunque che dall’esterno si possa evitare un impegno più profondo per la causa ladina, adducendo la facile giustificazione dell’incoerenza e della scarsa cedibilità di una popolazione messa in queste condizioni ...
Sono i frutti di una lunga vicenda storica, che inizia quantomeno dalla suddivisione amministrativa napoleonica, cosicché col prevalere delle forze centrifughe, la Ladinia si é ritrovata vieppiù policentrica.
Le barriere geografico-amministrative si sono con l´andare del tempo incise persino nelle coscienze dei Ladini stessi, tanto da diventare barriere culturali e sociali.


Ben visibile il manifesto "Ampezzo ladino vuole andare con Bolzano"

E´ paradossale che mentre il gruppo ladino tende ad assumere contorni più precisi, facendo denotare una crescente volontà di differenziarsi dagli altri (fatto confermato anche da recenti indagini tra i giovani ladini), si stia sfaldando il vero collante del gruppo, cioè la lingua ladina.
I Ladini stanno infatti perdendo la loro lingua ad un ritmo incalzante, e molti di loro credono effettivamente che questa lingua, ricchissima di espressioni e locuzioni peculiari, sia in realtà un povero idioma infarcito di impresiti da altre lingue, quale é il gergo che usano quotidianamente. Urge allora una decisa politica di rialfabetizzazione ladina dei Ladini!
La scarsa conoscenza e padronanza della propria lingua é motivo, unitamente al ridotto status sociale della lingua minoritaria, di abbandono del ladino in numerose famiglie.
Contemporaneamente continua il salasso di capacità intellettuali e professionali, dato che le vallate, anche per la loro struttura socio-economica spesso a monocultura turistica, non offrono opportunità di impiego adatte a queste specializzazioni.
Essendo però assodato che buona parte di questi Ladini che si stabiliscono fuori valle perdono la loro identità nel breve volgere di qualche generazione, non é eccessivo prevedere un futuro in cui le professionalità chiave della società ladina saranno esercitate dai non-Ladini.
La Ladinia rischia seriamente di diventare una zona fortemente sviluppata economicamente, ma intellettualmente depressa.
Anche la cultura delle nostre valli é allo stato attuale più o meno tributaria delle "grandi" culture circonvicine; al ladino si riserva in genere una subcultura ispirata al passato, incapace di esercitare una forte attrazione sulle giovani generazioni.
L´impegno per la conservazione e la valorizzazione della cultura tradizionale é senz’altro meritevole e necessario, però non é sufficiente da solo a motivare le forze creative esistenti in grande misura in queste vallate. Allo stesso tempo si continua ad investire in progetti di prestigio, in strutture a volta sovradimensionate od in manifestazioni turistico-folcloristiche e troppo poco in progetti coordinati per il sostegno e la promozione della lingua e della cultura viva.
La lingua ladina va modernizzata ed elaborata, vanno appoggiati i processi capaci di innescare la dinamizzazione delle capacità creative della nostra gente.
E´ ora di finirla con la farsa di una cultura ladina di facciata, tanto per coprire con una patina ladina una situazione di emergenza, in cui il ladino é sempre più relegato ai margini!
E´ inconcepibile dover udire con bella regolarità assurdità quali: "Si può essere Ladini anche senza parlare il ladino", oppure: "I Ladini non hanno mai avuto una loro cultura particolare", dette da gente che mentre si dice ladina non perde occasione per ridicolizzare e sminuire la nostra lingua e la nostra cultura.
Se i Ladini vogliono veramente testimoniare la loro volontà unitaria, a cinquant´anni dalla grande manifestazione di Passo Sella, ne hanno occasione ogni giorno, confutando decisamente certi luoghi comuni, dimostrando in qualsiasi occasione sociale, e specialmente all’interno delle proprie famiglie, che si riconoscono nell’idealità ladina.
Parafrasando un celebre inno possiamo dire che la Ladinia non é ancora perduta, ma non potremo neanche aspettare altri cinquant´anni per fare uno sforzo deciso a suo favore.
Il primo obiettivo comune deve essere l´unione ideale e culturale dei Ladini, perché sarebbe anacronistico perseguire una unione di stampo "neorisorgimentale". Solo impegnandoci a fondo per questa unificazione delle coscienze, sarà possibile liberare la questione ladina dai timori delle modifiche confinarie tra Province, che hanno sinora coartato tutti i tentativi di addivenire ad una comune azione a favore della minoranza. E´ ben noto che ciascuna Provincia guardi gelosamente i "propri" Ladini, o per meglio dire, la propria fetta di Ladinia, zona di altissimo interesse economico...
L´ideale dell’unità ladina va pertanto legittimato, liberandolo dalle strumentalizzazioni e dai timori connessi alle paventate modifiche degli assetti territoriali ed amministrativi: un argomento ripetutamente sfruttato per mettere in cattiva luce il movimento ladino.
Il cittadino ladino ha il diritto inalienabile di venire riconosciuto e tutelato in quanto tale ed allo stesso livello, indipendentemente dalla Provincia o dalla Regione in cui si trova a vivere. E questi enti territoriali hanno il dovere costituzionale, oltrechè morale, di sostenere la minoranza nella sua complessità, e non solo in maniera frammentata. Ne discende anche l´obbligo a sostenere ed a riconoscere le organizzazioni e le associazioni che per questi fini operano istituzionalmente.
Tra i Ladini deve poi diffondersi la consapevolezza dell’uguale dignità nella diversità di ciascuna vallata: occorre sradicare i pregiudizi interladini che suddividono una Ladinia di serie A da una di serie B, per non parlare di quella Ladinia non riconosciuta, di cui neanche si prende notizia ...
Ciascuna vallata abbisogna di un piano di intervento per la ladinitá a propria misura, senza con ciò sminuire l´importanza fondamentale della solidarietà interladina.
Gli interventi coordinati debbono coinvolgere anche le istituzioni, non si può infatti continuare a far gravare il peso della collaborazione tra tutte le vallate quasi esclusivamente sulle associazioni volontarie ...
Si prefigurano interventi a tutto campo, capaci di coinvolgere tutte le energie disponibili, dallo sport al tempo libero, dalla cultura all´informazione. E vanno incentivati specialmente i momenti di confronto, tanto più facili in quest’epoca di collegamenti in tempo reale e di predominio dell’informatica. Solo così si riuscirà a liberare i singoli ambiti vallivi dal loro isolamento: costruiamo un hinterland ladino per le nostre comunità locali!
Vanno interessati da questo sforzo comune tutti gli aspetti esistenziali dei nostri giorni: la cultura ladina infatti non é ancora destinata al museo. Ma per raggiungere, almeno in parte, questo ambizioso obiettivo, bisogna assolutamente avere a disposizione uno spazio maggiore nel mondo dell’informazione, specialmente dei media radiotelevisivi.
Le idee devono infatti poter essere condivise tra la gente delle varie vallate, mentre attualmente i Ladini sono consumatori più o meno passivi di informazioni in lingue diverse dalla loro. Le sporadiche iniziative culturali per i Ladini, frutto dell´impegno di qualche volenteroso, non sono assolutamente sufficienti a costituire un valido sistema culturale credibile, che possa validamente porsi nel panorama dell’industria culturale di massa.


Il richiamo dell'unitá dei Ladini da parte di Guido Iori Rocia

L´assimilazione strisciante va pertanto contenuta anche offrendo occasioni di confronto e di creatività (mostre, concorsi, rappresentazioni, festival, ecc.) per i componenti della minoranza.
Ma alla base di tutto questo sforzo si pone l´esigenza improrogabile dello sviluppo unitario della nostra lingua. Non é infatti ipotizzabile una rinascita culturale a tutto campo, stante l´attuale incerta situazione della lingua ladina, che si vede messa in forse nella propria dignità linguistica e nel proprio ruolo sociale. Finché il ladino permarrà una labile comunione di idiomi, rimarrà il dubbio delle sue possibilità di sopravvivenza.
Opporsi alla koinè ladina comporta pertanto una implicita volontà di negazione del ladino quale lingua di pari dignità.
La situazione bloccata di questo scorcio di secolo non verrà superata tanto presto, benché ovunque si parli di riforme costituzionali e di federalismo. Se da questo processo dovesse sfociare un globale riassetto che andasse ad incidere sulle prospettive della popolazione ladina, non ci si potrà dimenticare che anche ad essa spetta il diritto di essere rappresentata ed amministrata in un contesto territoriale unitario.
I Ladini non vogliono perseguire la costituzione di microentitá etniche, ma non vogliono neppure essere conglobati e diluiti in strutture amministrative nuove che ne perpetuino la separazione e lo stato di minoranza infima. Sarà indice di vera democrazia vissuta coinvolgerli nelle discussioni sulle riforme istituzionali, a differenza dalle trattative di Parigi dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando le loro istanze vennero praticamente ignorate.
Proprio per poter essere attori del proprio destino, i Ladini abbisognano del riconoscimento formale nell’ambito degli assetti amministrativi attuali; perché solo entità riconosciute sono partners di discussione politica.
Proprio in fase di transizione così delicata sarà cura dei Ladini non farsi aggiogare ad interessi altrui. Il principio territoriale, il riconoscimento dell’ambito territoriale ladino é un caposaldo di questa dialettica; le cinque vallate ladine dolomitiche debbono essere riconosciute quali ladine, a prescindere da aleatorie dichiarazioni etniche o da rilevazioni di parte.
Un altro principio di fondo che andrebbe rispettato in una situazione di reale tutela delle minoranze é l´assunto che le questioni ladine non possono essere decise senza la compartecipazione dei Ladini stessi.
Sarebbe possibile coinvolgere le rappresentanze naturali ed istituzionali ladine anche tramite l´istituto della delega di competenze, ad esempio da parte delle Province interessate alla Comunità di Valle (come succede al presente, in talune materie, nel caso del Comprensorio Ladino di Fassa). Un tale passo si rende tanto più improcrastinabile in campo culturale: non é infatti possibile demandare la cura della politica culturale ladina ad istituzioni non-ladine.
Un´ulteriore garanzia per la minoranza deve essere la possibilità per i suoi componenti di poter lavorare ed avanzare socialmente rimanendo nel proprio territorio tradizionale. Decentrando opportunamente talune strutture pubbliche e certi servizi fondamentali si potrebbe, almeno in parte, contenere la perdita di sostanza intellettuale e professionale della nostra popolazione.
Confidiamo inoltre nella maturazione democratica dei nostri vicini di lingua italiana e tedesca, affinché si impegnino a favore della minoranza più esposta e più svantaggiata. Un eventuale tracollo dei Ladini sarebbe la dichiarazione di fallimento della politica delle autonomie provinciali e regionali, che si fonda proprio sulla salvaguardia delle minoranze.
Ma ricordiamoci che il futuro della ladinitá dipende in primo luogo dai Ladini stessi. Basta allora con le faide localistiche, con i piccoli egoismi di vallata e di campanile che minano la coesione del nostro popolo!
Ravviviamo insieme la fiamma dell’identità ladina, che da cinquant´anni cova sotto la cenere. È il nostro debito morale nei confronti di tutti quanti in questi lunghi anni si sono impegnati in prima persona per questi alti obiettivi, un debito ed un dovere di fronte alla Storia dei Ladini.


Inserito da: De Battisti in data 17/2/2007, ore 20:56
Scritto in Padano per la parte Lingue di MGP Federale
           

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