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ADRIANO OLIVETTI: L´ORDINE POLITICO DELLE COMUNITA´
Gian Maria Bavestrello
Ci sono pensatori, così come scrittori e artisti, il cui valore emerge
molti anni dopo la loro scomparsa. La ragione è semplice, e consiste in
una "colpa": quella di aver precorso i tempi, preconizzato il futuro
quand'ancora i più non riuscivano a scorgere le tracce dei giorni a venire.
Così è per la maggior parte dei pensatori che, a vario titolo, criticarono
un modello di Stato e di organizzazione sociale chiamato moderno ma, per loro,
già vetusto e inefficace.
E' indubbio, a questo proposito, che leggere Olivetti significa riscoprire un
pensiero integralmente federalista, concepito in un'epoca in cui la scena era
contesa da ideologie che non ammettevano idee di rappresentanza estranee ai partiti
e alle loro strutture burocratiche.
Adriano Olivetti nasce a Ivrea l'11 aprile del 1901. La vocazione per il mondo
dell'industria la eredita dal padre Camillo, che nel 1908 fonda a Ivrea "la
prima fabbrica italiana di macchine per scrivere". Dopo essersi laureato
in chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924 inizia l'apprendistato
nell'azienda paterna come operaio.
Nel 1932 è nominato Direttore Generale dell'azienda, di cui diventerà
Presidente nel 1938. In questa veste riduce l'orario di lavoro da 48 a 45 ore
settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di
lavoro.
Per quanto concerne la sua attività culturale, assieme a un gruppo di giovani
intellettuali, fonda una nuova casa editrice, la NEI (Nuove Edizioni Ivrea), di
fatto trasformata nel 1946 nelle Edizioni di Comunità.
In Europa, intanto, imperversa la seconda guerra mondiale e l'imprenditore si
rifugia momentaneamente in Svizzera. Qui completa la stesura del libro "L'ordine
politico delle comunità", in cui esprime le idee alla base di un Movimento
Comunità, fondato successivamente nel 1947. La rivista "Comunità",
invece, iniziate le pubblicazioni nel 1946, diventa il punto di riferimento culturale
del Movimento.
Per tradurre le idee comunitarie in realizzazioni concrete, nel 1955 fonda l'IRUR
- Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale del Canavese - con l'obiettivo
di combattere la disoccupazione nell'area canavesana promuovendo nuove attività
industriali e agricole. L'anno seguente il Movimento Comunità si presenta
alle elezioni amministrative e Adriano Olivetti viene eletto sindaco di Ivrea.
Nello stesso 1956 diventa membro onorario dell'American Institute of Planners
e vicepresidente dell'International Federation for Housing and Town Planning.
Il successo induce Comunità a presentarsi anche alle elezioni politiche
del 1958, ma risulta eletto il solo Adriano Olivetti. Nel 1959, anno in cui le
Edizioni di Comunità pubblicheranno una sua raccolta di saggi sotto il
titolo "Città dell'Uomo, è nominato presidente dell'Istituto
UNRRA-Casas, creato in Italia per la ricostruzione post-bellica. Il 27 febbraio
1960 muore improvvisamente durante un viaggio in treno da Milano a Losanna, lasciando
un'azienda presente su tutti i maggiori mercati internazionali.
Il pensiero di Olivetti, maturato come per Cattaneo e per Einaudi a stretto contatto
con la realtà elvetica, si costruisce sul concetto di persona, quel concetto
che rappresenta il termine medio fra individuo e collettività e che orienta
il progetto di un ordine fondato sulla comunità, ossia su una dimensione
territoriale, civica, culturalmente omogenea (una "provincia" riorganizzata
su basi cantonali, potremmo dire), in cui sia possibile trasporre sul piano politico
le relazioni dirette con l'ambiente di cui si è parte.
La comunità a cui pensa Olivetti è uno spazio socio-economico quotidianamente
condiviso, sovrano e gestito da chi ne è reale protagonista, secondo principi
fortemente partecipativi che escludono lo Stato da ogni gestione non sussidiaria.
Il federalismo che ha in mente è sia politico sia economico, dovendo la
comunità possedere azioni delle imprese al fine di nominarne alcuni dirigenti;
una socializzazione priva di statalizzazione: idea non originale ma che aiuta
a comprendere come il potere debba sorgere realmente dalle cellule fondamentali
della vita democratica, fonti di legittimazione dei corpi rappresentativi superiori,
in cui i partiti spiccano per assenza e in cui libertà economica e giustizia
sociale possono trovare un equilibrio tecnico e pragmatico. Lo stesso concetto
di democrazia è sviluppato in un'ottica "organica", affinché
le competenze tecniche affianchino la volontà popolare ma sostituiscano
la ricerca demagogica di consenso, allo stato attuale (e ciò vale tanto
per Olivetti quanto per noi lettori del ventunesimo secolo) totalizzante e mistificatoria.
Il progetto di Olivetti è comunitario in quanto non prende le mosse da
una semplice analisi economica e nemmeno da un'astratta elucubrazione giuridica.
Olivetti si interroga sulla persona umana nei suoi rapporti sociali e politici
reali, e sotto questo profilo cerca la strada migliore affinché il principio
costituzionale che impone la rimozione di quegli ostacoli contrapposti al "pieno
sviluppo della persona umana" non rimanga lettera morta.
Se altri pensatori comunitari avevano contrapposto romanticamente comunità
e società, consuetudine e procedura, ponendo di fatto la propria aspirazione
al di fuori dei sentieri della storia o consegnandola alla deriva delle opposte
ideologie, Olivetti cerca di conciliare le due istanze. Egli auspica che la rappresentanza,
chiave di lettura di ogni sistema democratico, sia degna e giustificata dalla
dignità di chi si assume responsabilità in seno alla società,
come auspica che la diversificazione sociale sia concepita come risorsa e non
come limite o violenza gerarchica.
"All'alba di un mondo che speravamo nuovo, in un tempo difficile e duro,
molte illusioni sono cadute, molte occasioni sfuggite, perché i nostri
legislatori hanno guardato al passato e hanno mancato di coerenza e di coraggio.
L'Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico,
del potere burocratico, delle grandi promesse, dei grandi piani e delle modeste
realizzazioni"
Ciò che sogna Olivetti è l'instaurazione di rapporto di prossimità
fra la politica e i cittadini, capillarmente rappresentati su base sociale e soprattutto
territoriale attraverso la necessaria riduzione di scala: dallo Stato alla comunità,
luogo d'incontro e confronto in cui l'individuo diventa pienamente cittadino.
Essa diventa così la base interpretativa della vita politica, il principio
primo da cui far discendere le strutture istituzionali regionali e statali, l'edificio
che è necessario in prima istanza edificare, dalle fondamenta dei "sentimenti",
perchè l'uomo possa essere valorizzato nella propria natura sociale senza
incorrere nel rischio di essere spersonalizzato o annullato fra grigie chincaglie
burocratiche.
Nel pensiero di Adriano Olivetti la comunità locale diventa lo specchio
della persona, e viceversa: se la prima non è libera di esprimere le potenzialità
del proprio "sé", non lo può essere nemmeno la seconda.
Ed è questa la lezione più alta ed attuale che si può trarre
da un uomo per cui democrazia e libertà erano una missione, non retorica
di partito.
PER APPROFONDIRE:
Federalismo contro la partitocrazia
Adriano Olivetti
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