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Il Signore degli anelli
di F.Agnoli
John R. Tolkien nasce nel 1892 in sud Africa ma ben presto si trasferisce in Inghilterra.
Rimane presto orfano del padre e nel 1900 sua madre, Mabel, si converte dall'anglicanesimo
al cattolicesimo. Non è una scelta facile in Inghilterra, perché
comporta l'emarginazione e la riprovazione sociale. Dall'epoca di Enrico VIII
infatti, quando venivano squartati e i loro corpi disseminati agli angoli delle
strade perché fungessero da monito, i cattolici sono considerati come stranieri,
anche se sul finire dell''800 la loro condizione è in parte mutata.
Presto Tolkien rimane orfano anche della madre e, pur essendo molto povero, con
l'aiuto di un prete riesce ad entrare all'università di Oxford, dove studiano
i rampolli dell'aristocrazia inglese. Nel 1915 viene chiamato in guerra, la I
guerra mondiale, e non potendo sopportare la separazione dalla fidanzata Edith
Bratt, si unisce a lei in matrimonio (nasceranno negli anni, quattro figli, uno
dei quali diverrà sacerdote). Nella I guerra mondiale l'uomo scopre per
la prima volta la sua piccolezza di fronte alle macchine di morte e alla tecnologia
che lui stesso ha creato. Crolla così l'illusione illuminista-positivista,
l'idea di un uomo capace con le sue forze, grazie alla scienza, di dominare il
mondo e la realtà, totalmente, divenendo Dio a se stesso; affonda, con
lo stesso clamore e dolore del Titanic, l'idea di poter procurare la felicità
e l'immortalità, qui, su questa terra. Lo scrittore cattolico Domenico
Giuliotti scrive: "Era il 1913
i cervelli, finchè non si smontavano
nella pazzia, funzionavano automaticamente come gli stantuffi delle macchine che
avevano inventate e delle quali stavano divenendo, senza saperlo, accessori. Il
mondo avvolto giorno e notte nel fumo, nel fragore e nella polvere, puzzava di
morchia, di benzina, di bruciaticcio e di bestemmia. E in mezzo a questo ciclo
di lordure, l'oro rotolava sulla libidine e la libidine sull'oro, in avvinghiamenti
spasmodici. Sembrava che, dopo aver rifiutato il cristianesimo, alla società
inebetita fosse caduta la testa e si fosse posta in adorazione, così decapitata,
dinnanzi alla materia, mentre questa, divenuta, per un prodigio infernale, micidialmente
intelligente, si preparava ad annientarla".
Nel 1916 Tolkien combatte sulla Somme, in una battaglia epocale, fra le più
disastrose della storia. La vita in trincea è segnata dall'ansia dell'attesa
e del logoramento, dall'esposizione continua al fuoco di sbarramento, dalle nubi
di gas stagnanti nell'aria, dal fango e dalla terra bruciata dalle granate e desertificata.
Sono scenari che torneranno ne Il Signore degli anelli, per la descrizione della
terra di Mordor, la terra dell'Oscuro Signore; così come torneranno il
nemico lontano e senza volto, il coraggio, il sacrificio e il cameratismo dei
soldati semplici, i tommies, i Frodo di tutti i giorni, di contro alla viltà
e all'inettitudine degli ufficiali. A tale riguardo lo scrittore francese Bernanos,
anche lui combattente, afferma: "Dio non ci ha lasciato che il sentimento
profondo della sua assenza"; e ancora: "La maggior parte dei soldati
ignorava perfino il nome di grazia
Voglio dire soltanto che forse erano stati
talvolta degni di questa grazia, di questo sorriso di Dio. Infatti vivevano senza
saperlo, in fondo a quelle tane fangose, una vita fraterna", una vita fraterna,
e, tante volte, eroica, alla faccia di chi la guerra la aveva voluta, per lo più
meschinamente e segretamente, come nel caso dell'Italia.
Rientrato dalla guerra Tolkien crea un sodalizio di amici con Lewis, Belloc e
Chesterton. I quattro si trovano ogni martedì sera in un pub per parlare
di letteratura, di fede, di vicende personali. Riguardo all'amicizia T. scrive:
"La vita, la vita terrena, non ha dono più grande da offrirci";
e altrove, all'incirca: "quando due divengono amici si allontanano insieme
dal gregge".
Diviene poi professore all'università di Oxford, dove insegna letteratura
inglese, studia i miti nordici, si reca ogni giorno a messa e fa i conti con il
problema del male.
Dopo la I guerra già un'altra si prepara: la dittatura comunista asservisce
duramente 180 milioni di persone, quella nazista 60 milioni di tedeschi. Ma anche
la sua Inghilterra, che si ritiene al di sopra di ogni critica, esercita una forte
oppressione sull'Irlanda cattolica e sulle sue colonie. E' nella sua patria che
inizia a provare "dispiacere e disgusto" di fronte all'imperialismo
inglese e americano, e a divenire, insieme a Chesterton, un amante delle "piccole
patrie", delle specificità e delle tradizioni locali, contro ogni
tentativo di unificare, forzatamente o subdolamente. Oggi diremmo local contro
global. Il mondo non bello che lo circonda nasce dall'orgoglio, dal desiderio
di potere, sugli uomini e sulla vita, che, a livello poetico, viene raffigurato
nell'anello. Sauron, colui che lo ha forgiato, il Nemico, il menzognero, tende
ad unificare il mondo sotto di sé, ad appiattire, a livellare le diversità,
gli uomini, i nani, e gli elfi, la Contea, Gran burrone, Gondor e Rohan
Un
po' come fanno, con metodi diversi o analoghi, la Germania, la Russia, l'Inghilterra
e l'America: T. non risparmia nessuno. Nel suo poema Sauron vuole imporre a tutti
anche la stessa lingua, il Linguaggio Nero, soppiantando così tutti gli
idiomi preesistenti: Tolkien, che ama profondamente la parola e i linguaggi, come
espressione della diversità multiforme delle culture, ha paura che questo
possa veramente avvenire. Nel 1945, lui che apprezzava profondamente il latino
liturgico, lingua solenne, maestosa, sacra, e nello stesso tempo universale, cattolica,
ha paura che una lingua non della preghiera ma del commercio e del denaro, non
che unifica ma che colonizza, l'inglese, il suo inglese, si affermi sulle altre
lingue. Nel 1945 prospetta inoltre un mondo post-bellico massificato, omologato,
globalizzato, nella lingua, l'inglese, nei gusti, in ogni cosa: "trovo questo
cosmopolitismo americano terrificante".
Quando scrive la sua opera più famosa Tolkien ha in mente questo mondo,
il nostro, ma lo trasporta in un mondo mitico, metatemporale, perché sa
che il problema del bene e del male è antico come l'uomo. Discende infatti
dalla Caduta, termine con cui definisce il peccato originale: c'è in noi,
fin da bambini, una tendenza al male che lotta con una tendenza di segno contrario.
Si esprime nell'egoismo, nella superbia, nella volontà di dominio, sulle
cose, nei rapporti con gli altri
Per Tolkien non esiste, però, una contrapposizione manichea: non ci sono
un Dio del bene e un Dio del male. Il suo riferimento filosofico è quello
cristiano, da S.Agostino a S.Tommaso: Dio ha creato ogni cosa buona, omnia bona,
ma ha lasciato la libertà di scegliere. Gollum, ad esempio, non è
originariamente cattivo, anzi è una specie di hobbit: è l'anello
a pervertirlo, rendendolo omicida e menzognero. Così Melkor e il suo servo
Sauron sono semplicemente, come il Lucifero cristiano, degli angeli (Ainur) decaduti,
che hanno deciso di opporsi al loro creatore, di cantare non più la sua
musica armoniosa, creatrice, ma una musica propria, stridente e stonata, distruttrice.
Melkor, divenuto il Nemico, assume gli attributi tipici di Satana, del diavolo:
desideroso di potere, di gloria, menzognero, è, etimologicamente, "colui
che è separato e che separa", che non ama, che cerca di guastare l'opera
bella, armoniosa del creatore. Abita in una terra desolata, impervia, in cui pullulano
macchinari e rifiuti industriali. Non ha amici o collaboratori, ma solo servi,
come Sauron, o sciocchi servitori che sperano di essere un giorno padroni, come
Saruman. Del male si può infatti divenire solo servi, perché abbracciando
la menzogna e il vizio si perde la propria libertà. Ciò che cerca
e ciò che vuole, Sauron, è l'anello: chi lo porta assume poteri
immensi ma si lascia a poco a poco soggiogare. Non è il portatore, alla
lunga, che decide, ma l'anello che decide per lui. Anche dell'anello si può
essere solo servi, e non è lecito usarlo, usare un mezzo cattivo per fini
buoni, come vorrebbe Sauron. In una sua lettera ad un figlio, dopo lo sganciamento
della bomba atomica, che aveva permesso agli americani, e quindi anche agli inglesi,
di essere totalmente vincitori, Tolkien afferma: "abbiamo usato l'anello!".
Ma se in questo tempo così "feroce" Sauron si è risvegliato,
se la sua ombra si allunga da est verso le terre ancora libere e il mistero d'iniquità
sembra totalmente dominante, non manca la speranza: l' "arbitro" della
storia non è Melkor, ma Dio, che appare nel libro come una sorta di Provvidenza
nascosta, che affida ai suoi il compito immenso di contrastare il male, di caricarsi
del "fardello". "quando le cose sono in pericolo, qualcuno vi deve
rinunciare, perderle, affinchè altri possano goderle". A caricarsi
del fardello, come un novello Cristo portatore della croce, è il piccolo
Frodo, un mezzouomo, apparentemente il meno adatto di tutti. Eppure è in
lui che si realizza il detto secondo cui Dio ha scelto ciò che è
debole in questo mondo per confondere i forti. Frodo è una creatura mite,
semplice, attaccata alla sua terra, ma capace di sacrificio: questa è la
sua grande virtù! Non è chiamato, come nelle cerche dei miti e delle
storie passate, dall'Iliade alla Gerusalemme liberata, a conquistare qualcosa,
ma a rinunciare, a sacrificarsi: "E' l'eroismo dell'obbedienza e dell'amore-
scrive Tolkien-, non quello dell'orgoglio e dell'ostinazione, a essere il più
alto e commovente". Eppure Frodo non è l'eroe senza macchia, il superuomo
di Nietzsche o del positivismo, ma è il mezzouomo, l'uomo di tutti i giorni,
il soldato semplice inglese della I guerra, il Tolkien qualsiasi chiamato a vivere
in un'epoca spaventosa, ma ciononostante, a vivere con dignità e grandezza
interiore. Ha le stesse paure di tutti: "Avrei tanto desiderato che tutto
ciò non accadesse ai miei giorni!", esclama di fronte a Gandalf, che
gli risponde: "Anch'io, come d'altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti.
Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è
come disporre del tempo che ci è dato". E altrove: "Non tocca
a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il
possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai
campi che conosciamo". Di fronte al compito immenso che gli è proposto
Frodo acconsente e parte; porta l'anello fino a Gran Burrone, ma qui una alleanza
di elfi, gnomi, uomini e hobbit, la Compagnia, è chiamata a decidere: cosa
fare e a chi affidare l'anello per il viaggio finale. Nessuno sembra adatto, e
allora Frodo afferma: "Prenderò io l'anello, ma non conosco la strada".
C'è, in questa affermazione, tutto il concetto che T. ha di eroismo: la
generosità, il non arretrare di fronte alle responsabilità ("Prenderò
io l'anello"), e nello stesso tempo l'umiltà, la necessità
di un aiuto di una compagnia ("ma non conosco la strada"). Se guardiamo
alla vita di T. ,tramite le sue lettere, la Compagnia diventano la Chiesa, gli
amici, e la figura di Gandalf assume i contorni dell'angelo custode.
Eppure, lungo il cammino, Frodo dovrà fare i conti con sé stesso:
il male, e questo è uno dei concetti più anti-moderni espressi da
Tolkien, non è solo fuori, negli altri, nei sistemi politici ecc., ma in
ognuno di noi, e va combattuto con coraggio e strenua lotta interiore. Anche Frodo
è preso, talora, dal desiderio dell'anello, gli viene da pensare che in
fondo se lo è meritato, oppure viene tentato di non vivere fino in fondo
il compito che gli è affidato: devo stare, afferma, "in guardia contro
i ritardi, contro la via che pare più agevole, contro lo scrollarmi di
dosso il peso che grava sulle mie spalle".
Lotta con i nemici e lotta con se stesso. La sua forza sta nella disposizione
d'animo che risulta, non senza difficoltà, vincente: il sostanziale desiderio
di distruggere l'anello. La sua saggezza, ancora una volta come quella di Cristo,
è una saggezza che il nemico considera "follia". Tolkien ha certo
in mente questo concetto, la "croce scandalo e follia" per le genti,
quando fa dire a Gandalf: "Ebbene, che la follia sia il nostro manto, un
velo dinnanzi agli occhi del nemico! Egli è molto sapiente, e soppesa ogni
cosa con estrema accuratezza sulla bilancia della sua malvagità. Ma l'unica
misura che conosce è il desiderio, desiderio di potere, egli giudica tutti
i cuori alla sua stregua. La sua mente non accetterebbe mai il pensiero che qualcuno
possa rifiutare il tanto bramato potere, o che, possedendo l'anello, voglia distruggerlo:
questa deve essere la nostra mira, se vogliamo confondere i suoi calcoli".
Ancora una volta il concetto che l'eroismo, in questo caso la saggezza, consiste
nella rinuncia, e non nel possesso. E', in fondo, un concetto che vale per ogni
cosa: basti pensare che ogni vero amore umano, di marito, di moglie, di madre
e di padre, di amico, passa dalla rinuncia, cioè dal riconoscere la presenza
dell'altro, senza trasformare la persona amata in oggetto di possesso, senza volerlo
stringere tra le mani, fino a soffocarlo.
La saggezza fasulla di Sauron, contrapposta alla follia di Frodo, richiama un'altra
contrapposizione essenziale: quella tra Gandalf e Saruman. Entrambi rappresentano
gli uomini di scienza, che sanno molto, che conoscono molto. Eppure non è
dato a loro, non è dato a Gandalf, il compito più alto, quello di
portare l'anello: l'intelligenza ed il sapere devono essere al servizio, e non
strumento di potere. Inoltre ciò che distingue la nobiltà dei cuori
non è la maggior o minor conoscenza, ma la disposizione della volontà,
della libertà, al bene. La volontà, la libertà, è
l'unica cosa totalmente nostra, mentre l'intelligenza ci è data. Il sapere,
dicevo, è cosa buona, originariamente, come tutte, perché nasce
dal desiderio naturale dell'uomo di aderire alla realtà, di leggervi dentro
(intus legere). Ma come ogni cosa, anche il conoscere, la scienza, può
essere usata negativamente, quando diviene orgoglio intellettuale, volontà
di dominio, superbia. Saruman si illude di poter collaborare con Sauron e rimanere
libero, si illude che egli voglia dividere il potere, si illude che "i saggi
come noi potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo"
in attesa, pur lungo un cammino di male, di plaudire "all'alta meta prefissa:
Sapienza, Governo, Ordine". Saruman, come Sauron, come il diavolo Melkor,
hanno un loro superbo disegno di mondo, che definiscono sapiente e ordinato, e
nelle loro "fucine" plasmano mostri e manipolano creature. Non sono
capaci di creare, perché questa è una prerogativa solo di Dio. Secondo
la filosofia tomista infatti l'amore è diffusivo di se stesso, o, con una
espressione più celebre, solo l'amore crea. I nemici del Creatore, allora,
sono solo pallidi imitatori, scimmie di Dio, come Melkor, che cerca di suonare
una melodia più bella di quella di Dio, e finisce solo per creare una disarmonia
di suoni. Così Saruman, Sauron, Melkor, coloro che fanno cose per se stessi,
per esserne i loro Signori, non creano ma manipolano, modificano, alterano, corrompono,
determinando creature mostruose, ibridi, chimere come gli Orchetti. Il loro peccato
è "il più grande che abbia(no) potuto commettere, l'abuso del
(loro) più alto privilegio" .
E' evidente che nel dire questo Tolkien ha presente la realtà storica del
suo tempo, come noi potremmo avere la nostra: nella Germania nazional-socialista
e nella Russia comunista, gli esperimenti sugli uomini si sprecano. Nelle loro
"fucine" diaboliche, nelle loro moderne cliniche, medici manipolatori
si accaniscono sulla vita per esserne padroni, in un'ottica di "progresso"
futuro e di benessere. Si parla di esperimenti negativi, che porteranno al miglioramento
della razza umana (eugenetica), al miglioramento della vita degli uomini futuri
Come con la bomba atomica si vuole usare l'anello a fin di bene, ma non è
possibile! Anche loro parlano di Giustizia e di Sapienza, di "diritti della
scienza". Contemporaneamente le stesse teorie trovano spazio nel mondo anglosassone,
americano ed inglese: Aldous Huxley, ad esempio, contemporaneo di Tolkien, grande
letterato inglese, fratello di Sir Julian, primo direttore generale dell'Unesco,
nel suo celeberrimo Brave new World, anticipazione dell'altrettanto celebre romanzo
distopico di Orwell, immagina un mondo futuro in cui l'uomo sarà capace
di indirizzare la natura a suo piacimento, creando, tramite fecondazione in vitro,
individui superiori ed individui inferiori, gli alfa, i beta, i gamma
creando
individui identici (clonazione)
Non sono cose del passato, ma cose attualissime, che Tolkien, che descrive
il nostro come "un mondo di mezzi migliori per fini peggiori", aveva
già intravisto da un pezzo, anche grazie al suo grande amico Chesterton.
Vi è la stessa presunzione oggi, nei nuovi Saruman, la Levi Montalcini,
i Dulbecco, i Veronesi, gli Antinori, i Flamigni
Nel loro desiderio prometeico,
sarumanico, di divenire creatori, padroni della vita, divengono invece manipolatori
e corruttori, e cercano di espropriare a Dio le sue prerogative, commettendo
"il peccato più grave". Basti pensare agli esperimenti del
dottor Antinori, ginecologo romano che porta al punto giusto gli spermatozoi
immaturi nei testicoli dei topi (come saranno, tra vent'anni, le già
4 creature nate in tal modo?); o alle proposte (solo proposte?) come quella
di inseminare artificialmente una scimmia con seme umano, al fine di produrre
ibridi, esseri subumani da destinare a mansioni di lavoro ripetitive o sgradevoli,
o come serbatoi di organi da trapianto
al fatto che in Cina e in America
tali proposte sono state realizzate con la creazione di un uomo-coniglio e di
un embrione-mucca, inserendo DNA umano in ovuli di mucca (Sì alla vita,
ottobre 2003). E chissà cosa succede, senza che si sappia.
Si pensi, ancora, a quanto ci dicono tutti i giorni i nostri quotidiani: "Transessuale
adotta un bambino"; "Errore in provetta, nasce ermafrodito";
"Primo bebè figlio di due madri" (Il Giornale 31/1/'98; 16/1/'98;
15/6/98); "Adozioni ai gay: è possibile" (Alto Adige, 4/3/99)
Si pensi, per concludere, a quanto sostenuto dall'europarlamentare DS Gianni
Vattimo: " ..c'è il rischio che degli embrioni si faccia commercio,
che si operino manipolazioni illimitate, tali, si sottintende, da creare mostri,
individui adibiti a deposito di organi per trapianti, schiavi. Potrà
apparire scandaloso, ma non lo è poi tanto: dell'embrione come tale non
ci importa nulla" (la Stampa, 6/2/'99).
Tolkien aveva già visto tutto questo, insieme a tante bruttezze del mondo
moderno, e aveva indicato gli antidoti: il coraggio e la purezza di Frodo, l'amicizia
dei membri della Compagnia, l'attaccamento alle tradizioni religiose cattoliche
("le radici profonde non gelano mai"), l'utilizzo della sapienza nei
limiti della giustizia, la consapevolezza che, al di là dei "muri
di questo mondo", esiste un Dio che dirige la storia, nonostante la presunzione
di Saruman e le melodie disarmoniche di Satana.
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