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Dopo le considerazioni
del senatore Matteucci sull'ordinamento dei nuovo regno, non ci udiremo
più dire che in certe nostre opinioni siamo soli. E perciò
vogliamo ripetere a certi giornali ciò che a proposito dei disastri
sull'Irlanda abbiamo detto " a quei dabbene scrittori e dabbene
lettori e dabbene legislatori, che sperano, colla sola assemblea generale
di tutta Italia, e senza legislazioni speciali, poter trasformare d'un
tratto la Sardegna o la Sicilia o lo Stato Romano ".
Qual campo e
qual forma possano avere codeste legislazioni speciali dei singoli Stati,
coordinate all'autorità del parlamento generale della nazione,
è per l'Italia questione di vita e di morte, come per l'America
e la Svizzera e la Germania e la Scandinavia. In tutte le popolazioni
nostre si è destata la coscienza che l'attuale ordinamento. fatto
già per uno Stato e non per più Stati uniti, non basta
ad appagare i loro bisogni i modestissimi loro voti.
La dottrina d'assoluto
accentramento, formulata or son quasi trent'anni da un grande cittadino.
e ora posta inanzi da' suoi avversarii come cosa propria, stringe tutta
l'azione legislativa in un solo parlamento. Da questo, come nell'antica
costituzione data novecento anni fa dagli Ottoni, si balza senza intermezzo
ai municipii. ch'erano allora le attuali provincie. Ma non si badò
per nulla che le provincie sono da secoli aggruppate in sistemi legislativi,
sovra principii capitalmente diversi. rappresentanti nei singoli Stati
della penisola e nelle tre isole ordini molto diversi di civiltà.
Perioché, mentre negli Stati Romani, in Sardegna, in Sicilia,
in Corsica, sopravivono molte tradizioni del medio evo, la Toscana in
molte cose, la Lombardia in alcune altre, sono veramente all'avanguardia
del progresso. Il Piemonte afferrando l'egemonia militare, doveva porsi
in grado di precedere anche coll'egemonia civile. Ma gli uomini che
si fecero per dodici anni arbitri delle cose, paghi d'esercitar la potenza
e non curanti di farsene strumento di progresso, si lasciarono sopragiungere
dagli eventi. Quindi la necessità d'applicare in fretta e in
furia i pieni poteri a riparare i danni dell'ostinata inerzia, e di
moltiplicare li atti legislativi, intantoché non vi erano i legislatori.
Ma il Piemonte, anche addensando in sei mesi i progressi d'un secolo,
si trovò inferiore in diritto penale alla Toscana, in diritto
civile a Parma, in ordini comunali alla Lombardia; ebbe la disgrazia
d'apportare ai popoli, come un beneficio, nuove leggi ch'essi accolsero
come un disturbo e un danno. Li assennati riputarono un vituperio che
il popolo preferisse le leggi austriache alle italiane, e non si avvidero
che il vituperio era che le leggi italiane potessero apparire peggiori
delle austriache. Ogni mutazione di leggi, che non sia un vero miglioramento,
è un danno; perché sospende il rapido corso delle transazioni,
diffonde una dubiezza universale, rende insufficienti tutte le cognizioni
pratiche, costringe gli uomini a rifar da capo tutti i loro giudizii
e calcoli.
Ciò che
diciamo dell'amministrazione vale per l'autorità paterna, per
l'eguaglianza dei figli nelle eredità, per tutto l'ordine della
famiglia e della possidenza. La riforma che vien prescritta agli ossequiosi
nostri legislatori non arriva ancora francamente al Codice Napoleone;
il quale alla fine è già più antico d'un mezzo
secolo, né vi sono penetrate nemmeno tutte le dottrine economiche
di quel tempo. E anche noi siamo uomini; e vita nostra durante, la ragione
umana non ha sempre dormito; e chi crede alla ragione, deve pur credere
ch'essa, vegliando, qualche cosa abbia trovato.
Nel sistema penale
poi li assennati non videro ch'esso è un'appendice e un supplemento
alla morale; e che il supplemento non può essere il medesimo,
ove la morale dei popoli è diversa. Le pene non possono esser
le medesime colà dove il rispetto alle persone e agli averi è
passato in abito, e colà dove per índomite tradizioni
le strade sono dominate dai malandrini, o i campi sono invasi da pastori
facinorosi, o le famiglie hanno la sanguinosa eredità della vendetta.
E qui pure non
solo tutte le conquiste d'un secolo ci vengono negate, ma non ci si
concede nemmeno d'alzarci all'antico livello segnato da Beccaria. Quando
noi svegliammo dal sanno d'un secolo il tetro argomento della pena di
morte, non fu perché, fra tante care e preziose vite che si spengono
ogni dì sul campo di battaglia, ne importasse gran fatto della
vita di qualche malvagio. Ma la morte è il punto capitale di
tutto l'ordine delle pene; sicché non è dato abolirla,
senza un profondo rinovamento di tutta l'istituzione sociale. E questo
è il fine a cui miriamo; ed è un fine alto e grande di
progresso e d'umanità. Ma v'è chi non si vergogna di scrivere
che " l'attaccar di fronte la pena di morte è umiliante
per la coscienza umana ". Vi sono i casisti dei patibolo. i quali
dimandano se " non sarebbe un metodo più sicuro e più
prudente quello d'abolire la pena di morte, caso per caso ". V'è
chi alla Toscana, in seno a cui da un secolo la pena di morte è
divenuta impraticabile, dimanderebbe per favore che si lasciasse -ancora
profanare dal carnefice, " collo scopo costante e sincero di pervenire
alla totale abolizione in una epoca che si può sperare non lontana
". Abbiamo dunque fatte le rivoluzioni per far peggio degli antichi
despoti? E quando verrà quest'epoca? E a quali segni potranno
riconoscerla i popoli? E in faccia ai cadaveri viventi, disseppelliti
dagli orridi sotterranei di Palermo e di Napoli, non è lecito
insultare a quei filantropi che da cento anni consacrarono studi e cure
e viaggi e salute (lord Ebrington perdette per febbre carceraria la
vista) a trasformare l'inferno del carcere e della galera, risonante
di catene e di flagelli e di bestemmie, e divorato dagli animali immondi,
dal lezzo, dal tifo, dalle lascivie, in case di lavoro e d'insegnamento
e di lettura, con tutte le condizioni umanamente possibili di salubrità,
di quiete, e diremo anche, d'individuale dignità. E ora dobbiamo
udirci dire che per essere umani si finisce per diventar crudeli. A
questo modo si mette in sospetto e in odio ai popoli ciò che
vi è di più sacro e santo nel mondo; poiché il
principio penitenziario mina a trasformare, per quanto può sperarsi,
l'antica e perpetua scuola del delitto e dell'infamia in una scuola
d'industria e d'ordine e in un ravvivamento della ragione e della coscienza.
Ed è un dolore per noi, che abbiamo sempre dato larga parte dei
nostri studii a sì grave argomento, vedere come si possa prodigare
il denaro e l'ingegno in questa triste impresa di suscitare ostacoli
alle più solenni opere di ragione e d'incivilimento e avvelenare
e imbarbarire l'opinione.
E qui siamo condutti
a mentovare ancora l'antica e gloriosa legislazione toscana, e perciò
di nuovo le considerazioni del senator Matteucci sull'ordinamento del
nuovo regno. Nota l'illustre scienziato che ciò non consiste
" nel creare delle provincie; perché esse esistono naturalmente
". E fin qui egli ben si appone. Le provincie esistono; e l'accentramento
non esiste; ed è ancora sogno di fantasie che vedono nella futura
Italia una Francia, anzi una China; ove ogni cosa ragionevole debba
piovere sull'armento dei popoli da un unico Olimpo, giù giù
fino alla nomina del sindaco dei villaggi di cento anime. Ma egli rimase
troppo addietro " nello stabilire che queste provincie o centri,
di trenta, quaranta o cinquanta mila abitanti o più, esercitino
le funzioni amministrative ".
Prima di tutto,
se v'è in Italia un ente sociale che si chiama la provincia di
Pisa o di Cremona, v'è anche un altro ente più grande
e non meno reale, che si chiama la Toscana, la Lombardia, la Sicilia.
E ognuno di codesti Stati o regni uniti non è un corpo meramente
amministrativo, ma comprende un intero edificio legislativo. L'accentramento
potrebbe modificarlo più o meno; potrebbe sconnetterlo; e mutando
una parte e non un'altra che fosse coordinata a quella, introdurvi la
contradizione, e mutar l'ordine in caos, se nello Stato medesimo non
vi fosse un organo legislativo capace di riparare ad ogni siffatto disordine
e di cogliere anzi l'occasione ad un nuovo atto di progresso . Ma l'accentramento,
vita nostra durante, non potrebbe intrudere, in quel complesso di provincie
che da secoli costituisce uno Stato, un nuovo modo di ereditare e di
possedere e di contrattare e di vivere nella famiglia e nel commune;
né senza gravi danni e turbamenti e sdegni.
Né crediamo
che sarebbe lecito il togliere ad alcuno di codesti Stati quel massimo
grado di progresso che già in alcuna cosa avesse raggiunto, pel
mero pretesto di rendere uniforme per tutti una legge meno ragionevole
e meno civile. Né crediamo che, se in uno di questi Stati le
influenze retrograde fossero più tenaci e imperiose, esso avesse
il diritto di costringere tutti E altri regni a portare in pace il medesimo
danno. E viviamo in tempi di rivoluzione e d'ardenti e precipitosi affetti,
e perciò è somma temerità l'imporre, in nome dei
pregiudizii e dei regresso e della servilità, quei sacrificii
che popoli intelligenti e generosi possono sopportare solamente nel
nome della ragione, dei progresso e della gloria nazionale.
Postoché
il gravissimo oggetto non sia né meramente provinciale né
meramente amministrativo, noi crediamo tanto più necessario di
segnalare questo punto fondamentale al senatore Matteucci, e di richiederlo
in ciò del parer suo, com'egli ci richiese tutti del nostro.
Non si tratta di dicentrare, poiché l'accentramento ancora non
esiste, ma di coordinare la vera e attual vita legislativa degli Stati
italiani a un principio di progresso commune e nazionale. Tutto ciò
che dev'essere commune, dev'essere assolutamente e altamente progressivo:
il ritorno dell'Italia sul campo della legislazione dev'esser degno
dell'antica sua grandezza e maestà. Ma la vita legislativa dei
vari regni non può non rimanere interamente e violentemente soppressa.
li coordinare i due ordini legislativi dell'intera unione e dei singoli
Stati è problema che, grazie a Dio, non è così
nuovo nel mondo vivente delle nazioni come alcuni, piuttosto monòmani
che unitari, vanno imaginando. E non è opera di dissoluzione
e di discordia, ma è necessaria e impreteribile condizione di
concordia e d'amistà. A quali estremi la confusione dei popoli
conduca, troppo tremendamente si mostra nella profonda e cancrenosa
inimicizia dei Siciliani e dei Napolitani e d'altri. Che se l'Austria,
nel dare due nomi e due amministrazioni distinte al Regno Lombardo Veneto,
s'imaginò di dividere e imperare, oramai debb'essersi amaramente
persuasa d'aver fatto contrario cammino.
Né ogni
Stato può aver solamente un potere legislativo ogni qualvolta
si tratti di ferrovie, di navigazioni, d'irrigazioni, d'asciugamenti,
di fondazioni industriali e d'alte cose per avventura comuni a più
provincie. Le pianure della Sardegna non si potrebbero ridurre ad alta
cultura, finché sovrastasse loro dai monti la vaga pastorizia,
e un'ordinata stabulazione non si propagasse anche colà, come
parte d'un medesimo disegno. A ciò non basta votar leggi in consiglio,
bisogna poter delegare mano amministrativa.
D'una cosa fra
tutte siamo grati all'illustre Matteucci. Egli rivendica interamente
e assolutamente dall'arbitrio ministeriale le scienze: gli studii a
chi studia. Fa cordoglio il pensare come la nostra libertà siasi
inaugurata coll'abbandonar tutti gli interessi delle scienze alla mente
angusta e al superstizioso beneplacito di un profano. L'estremo grado
d'avvilimento, a cui possa calare una nazione, è la servitù
dell'insegnamento. Che resta omai di libero all'uomo, quando già
il suo pensiero è schiavo? In Francia, anche sotto ai despoti,
l'università fu sempre libera. In Italia, anche nell'abiezione
del seicento, si parlò sempre di ciò che non si temeva
di chiamare la republica delle lettere. Oramai siamo alla China.
I molteplici
consigli legislativi, e i loro consensi e dissensi, e i poteri amministrativi
di molte e varie origini, sono condizioni necessarie di libertà.
La libertà è una pianta di molte radici. E' un fatto che,
mentre la natura francese, tanto calunniata, si mostra idonea in Ginevra
e in Losanna alla più larga e popolare libertà, le fu
sempre impossibile conservarla lungamente in Parigi tra l'unità
dello Stato e l'unità della chiesa. Quando ingenti forze e ingenti
ricchezze e onoranze stanno raccolte in pugno d'un'autorità centrale,
è troppo facile costruire o acquistare la maggioranza d'un unico
parlamento. La libertà non è più che un nome: tutto
si fa come tra padroni e servi.
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